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Alcune tappe storiche della Psicologia in Italia

Da Dr.Zambello | dicembre 8, 2007

Di Renzo Zambello

Il riconoscimento della Psicologia come Scienza è stato alquanto lungo e incerto.

Nel 1906 il Ministero della Pubblica Istruzione istituisce per la prima volta presso le Facoltà di Medicina di Roma , Napoli e Torino le prime cattedre di Psicologia.

Fu comunque chiaro fin dall’inizio che questo nuovo sapere era considerato come una scienza di secondo rango, tanto che nel 1943 esistevano nelle Università italiane solo due cattedre di Psicologia, una a Roma nella Facoltà di Medicina e l’altra a Milano nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Cattolica diretta da Padre Agostino Gemelli.

   Cesare Musatti (1897-1989)

Nel  1971 furono istituiti due corsi di laurea in Psicologia nelle facoltà di Magistero di Roma e Padova. Anche è quest’ultima scelta è significativa di una certo preconcetto culturale nei confronti della Psicologia. Il Magistero, quattro anni anziché cinque, era la facoltà a cui accedevano prevalentemente gli studenti o meglio le studentesse che avevano fatto le magistrali.

Si dovrà aspettare il 1981 perché venga istituito un corso di laurea quinquennale in psicologia.

Ma se lo Stato inizialmente aveva dimostrato di credere poco alla Psicologia inserendo quella nuova disciplina in una facoltà meno impegnativa, ben presto dovrà affrontare una nuova realtà sociale. Dopo quattro anni dalla istituzione della Facoltà si laurearono i primi psicologi e nonostante questa timidezza di fondo delle Istituzione che continuava a tradire la poca fiducia e valutazione della Psicologia, alcuni Enti Locali iniziarono a mettere a bando dei concorsi per Psicologi.

Questo poneva un problema non indifferente da un punto di vista giuridico. Veniva riconosciuto un ruolo, una professione a soggetti ai quali lo Stato non aveva dato il suo imprimatur, la sua idoneità. Mancava l’esame di stato. Si dovrà aspettare la legge 56 del 18 febbraio 1989 perché venga istituito l’Ordine degli Psicologi ma solo il 13 gennaio 1992, a 21 anni dalla nascita del primo corso di laurea, viene emanato il decreto 328 che regolamenterà l’esame di stato per gli psicologi che si dovevano ancora laureare, e gli altri? Sanati. Ritenuti comunque abili.
Tornando al 1971, ci si può chiedere coloro che esercitavano la psicologia, o ancor meglio la Psicoanalisi che studi avevano fatto?

Ad esempio, se prendessimo tre dei fondatori da tutti conosciuti: Padre Gemelli, Servadio e Musatti chi erano questi? Che percorso accademico avevano alle spalle? Il primo, Padre Gemelli era medico si definiva Psicologo ma non Psicoanalista, Servadio si era laureato in legge a 22 anni con una tesi in medicina legale sull’ipnosi e Musatti invece era laureato in Filosofia ed è conosciuto per aver portato la Psicoanalisi in Italia.Tutti chiaramente non erano laureati in psicologia. La maggior parte di loro, pur provenendo da discipline diverse, si erano avvicinati ad un maestro “psicologo” e ne avevano imparato l’arte. Un po’come si faceva una volta con i mestieri. I ragazzetti di buona volontà andavano ad imparare da un bravo artigiano, ma questo valeva anche per professioni nobilissime come ad esempio il giornalismo.

Chiaramente non avendo fino al 1971, lo Stato riconosciuto il titolo accademico di psicologo tutti coloro che volevano o si sentivano psicologi lo potevano fare senza trasgredire la legge.

C’era così tutta un sottobosco di psicologi, psicoanalisti che avevano alle spalle ogni qual si voglia preparazione. C’erano gli studiosi della materia prevalentemente sperimentatori, altri coscienziosi che avevano seguito qualche corso di psicologia alla facoltà di Pedagogia o Medicina, quelli che erano andati per motivi personali da qualcuno che si era definito psicologo, altri avevano letto qualche libro di Freud e si erano auto illuminati. Non mancavano e non mancano ancora oggi , quelli che non avevano fatto niente e ne avevano colto la possibilità di un business.
Gli psicoanalisti dal canto loro si difendevano. Si dice che Freud nell’intento di difendere la sua Società di Psicoanalisi, aveva distribuito agli allievi un anello. Era un simbolo di appartenenza ma dava anche la possibilità di riconoscersi e di differenziarsi dagli altri.

Le varie società psicoanalitiche preparavano seriamente e duramente i loro allievi che venivano scelti dopo severe e dure prove e poi seguiti e formati per quasi un decennio.

Ma se tra di loro si riconoscevano, chi non era dell’ambiente come poteva riconoscere un vero psicoanalista da uno che si era autodefinito tale? Tuttora esiste un po’ questo problema e non solo, ad esempio, come fa uno a sapere che differenze ci sono c’è tra una società e l’altra?

Lo Stato ancora oggi non riconosce la professione dello Psicoanalista, quindi qualsiasi persona si può autodefinire Psicoanalista e nessuno gli può contestare qualcosa.

Nel 2001 uno psicoanalista non laureato né iscritto ad alcun Ordine, imputato di esercizio abusivo della professione, venne assolto. Ma tralasciando per il momento quelli che mentono totalmente sulla loro preparazione e quindi diventa un problema strettamente giudiziario, a mio parere la maggior confusione la creano quei colleghi che pur essendo psicoterapeuti non hanno mai fatto una vera formazione psicoanalitica. E’ questo il caso secondo me più confusivo per il paziente. Se uno va da un ciarlatano, in fondo sa di andarci, é un po’ collusivo, ma se va da un collega, uno che ha targa e timbro e questo gli dice che sta facendo una psicoanalisi, quando invece sono al massimo dei colloqui di sostegno, credo che a quel paziente gli venga tolto qualcosa. Non sto parlando di risultati, dello star bene o meglio del paziente che può avvenire anche da un mago.
Negli anni 1980 si delineano due figure fondamentalmente diverse nel mondo della Psicologia, da una parte lo Psicologo formato all’Università con un percorso squisitamente accademico, testi da studiare, esami, tesi e poi il titolo accademico, dall’altra lo Psicoanalista che poteva essere un Medico, uno Psicologo ma anche un Ingegnere un Matematico un Fisico o un Filosofo come Musatti che si era formato facendosi dopo anni di analisi personale e di lavoro di supervisione. Era chiaro a tutti che fra le due figure professionali c’era un profondo divario culturale e clinico. A rendere la situazione ancor più complicata c’era che non tutti nel mondo della psicologia riconoscevano una paternità psicoanalitica, anzi alcuni si opponevano culturalmente ad essa.

Fioriscono decine e decine di scuole con indirizzi teorici e clinici diversi.

Negli anni 1990 lo Stato decide di mettere ordine e affrontare la babele che si era creata nel mondo della psicologia.

Inizia coniando un termine, o meglio riconoscendo solo la professione dello Psicoterapeuta cioè la Psicoterapia. Fino a quel momento qualsiasi operatore, formato o meno che decideva di fare lo Psicoterapeuta poteva teoricamente farlo. La maggior parte erano colleghi che non avevano mai fatto né il corso di laurea in Psicologia né quello in Medicina. Alla fine degli anni 80 con la legge n° 56 del 18 febbraio 1989,   lo Stato decide che da quel momento in avanti per esercitare la Psicoterapia bisognava essere o Medici o Psicologi. Quindi solo questi due percorsi accademici avrebbero potuto aprire la strada alla Psicoterapia. Ma la legge stabilisce che non era sufficiente il titolo di Medico o Psicologo per esercitare automaticamente la Psicoterapia, ma bisognava aver frequentato una scuola riconosciuta dallo Stato per la durata minima di quattro anni.
Si ponevano subito due problemi: cosa fare dei tanti che avevano fin da quel momento esercitato la psicoterapia? E poi, chi avrebbe gestito la scuola di specializzazione in Psicoterapia?

Cosa fare dei tanti operatori che esercitavano la psicoterapia, si fece una scelta all’italiana, si bandì una sanatoria . Tutti coloro che avevano aperto una partita IVA o che erano dipendenti da un Ente Pubblico e dimostravano di operare come Psicoterapeuti potevano far domanda se erano medici, all’ordine dei medici altrimenti ai giovani ordini degli psicologi e chiedere di essere ammessi per all’elenco degli psicoterapeuti . C’era poi il problema di chi poteva o non poteva gestire queste scuole di formazione. Alcune rimasero legate all’Università, altre, la maggior parte sono a gestione privata.

Società, gruppi di terapeuti promuovevano una scuola per futuri psicoterapeuti, avevano però bisogno del riconoscimento. Lo Stato istituti un organo, il Murst oggi Miur che avrebbe riconosciuto e ne sarebbe stato il garante.

Le società di psicoanalisi inizialmente resistettero, fecero le “nobili”, non si volevano omologare alle altre scuole . La parola d’ordine era: “noi siamo Psicoanalisti, che centriamo con loro”. Ben presto però anche loro saranno costretti a fare i conti con la realtà. Per esercitare la professione bisogna acquisire il titolo di Psicoterapeuta. Decidono cosi di adeguarsi facendosi riconoscere come scuole di Psicoterapia e quindi idonee a rilasciare il titolo. Il risultato è che nelle società psicoanalitiche il titolo di psicoterapeuta lo acquisissi mediamente una decina di anni dopo che ti sei accostato per la prima volta alla società e una volta avuto il titolo di psicoterapeuta hai ancora quattro cinque anni prima di finire la formazione  come Psicoanalista.

Per la verità all’interno delle società psicoanalitiche la questione del titolo di psicoterapeuta è stata digerita un po’ male. Si sono create fortissime tensioni che in alcuni casi ha portato anche a rotture, abbandoni. Basti pensare che all’ A.I.P.A (Associazione Italiana di Psicoanalisi Analitica) una delle due grandi società junghiane in Italia, il Dott Rusconi lasciava nel 2004 la Società che lui stesso aveva fondato  all’inizio degli anni 60 con una lettera indirizzata allora presidente Carta,  dove diceva chiaramente che lui ormai non si riconosceva neppure parzialmente nella Società che aveva fondato. Il tema del contendere era la scuola di Psicoterapia. Seguirono numerosissime defezioni, molti didatti se ne andarono, risultato da più di tre anni la sezione dell’ A.I.P.A. a Milano ha solo tre didatti. Praticamente non esiste più.

Qualcuno continua a fare il nobile, ad esempio a Torino c’è l’A.R.P.A. il fondatore è il Dott. Augusto Romano. Loro non hanno la scuola di psicoterapia, col risultato che se uno vuole far parte della loro Società, ho ha già il titolo o va a cercare una scuola che glielo fornisca e poi fa domanda di entrare in società. Seguirà un percorso che durerà mediamente otto, dieci anni ancora prima di diventare Psicoanalista.
Ma, nonostante le pastoie burocratiche italiane la psicoterapia continuava a livello mondiale ma anche italiano a ricercare e crescere.

Da questo momento col termine psicoterapia ci riferiremo a un rapporto interpersonale e a tutti gli eventi ad esso correlato, inserito in uno schema teorico valido, col quale si tende intenzionalmente migliorare o risolvere problemi di natura psicologica. Inseriremo quindi nel termine Psicoterapia anche la Psicoanalisi.

Prima di inoltrarci nelle differenze teoriche delle maggiori scuole di pensiero delineerò brevemente quali sono state le tappe fondamentali della Psicoterapia.

Chiariamo fin da ora  che   i colloqui con uno Psicologo, non ancora Psicoterapeuta, non sono da considerarsi una Psicoterapia. Ritorneremo su questo più avanti.

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