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LA PSICOANALISI JUNGHIANA

Da Dr.Zambello | dicembre 9, 2007

LA PSICANALISI

Di Renzo Zambello

Quando parliamo di psicanalisi, fondamentalmente ci riferiamo a tre fondamentali scuole di pensiero psicanalitico quella di Freud , Adler e di Jung.

E’ importante sapere che sia Adler che Jung furono allievi di Freud e per circa dieci anni, dall’inizio del 1900, lavorarono assieme, in una forte sintonia culturale e di ricerca.

Nel 1911 Adler fu allontanato in malo modo dal gruppo psicanalitico, quasi come un indegno mentre Jung continuò a collaborare con Freud per alcuni anni, finchè nel 1913 abbandonò il maestro come conseguenza della frattura creatasi alla pubblicazione del suo libro: Libido:simboli e trasformazione.

Contrariamente a quanto generalmente si pensa, Jung non ha mai censurato né il lavoro di Adler né tanto meno quello di Freud, anzi, si è sempre posto il problema di dimostrarne la loro validità.

Ciò che contestava era il presupposto teorico, l’idea che ciò che si era fin allora scoperto sulle dinamiche psicologiche, fosse universale ed unico; fosse la Verità.

Scrisse in ” Psicologia dell’inconscio” (1942), è vero ciò che dice Freud a proposito della rimozione dell’Eros, ma l’attività psichica non è solo quello, anzi ciò è solo una piccola parte.

Il pensiero Junghiano è caratterizzato fondamentalmente da tre elementi: il rapporto paziente terapeuta, l’individuazione e il concetto di simbolo e archetipo.

Una delle immagini che per tanto tempo ha caratterizzato l’attività psicanalitica freudiana fu quella di paragonare lo psicanalista ad un telo bianco dove il paziente proiettava i suoi pensieri, emozioni e l’analista li rifletteva, li rimandava al paziente rimanendone totalmente neutro. Jung parla invece di co-infettarsi, farsi infettare dal paziente e in “Psicologia e alchimia” descrive in maniera metaforica, utilizzando i miti dell’alchimia, il processo analitico proprio come una co-fusione paziente-terapeuta, all’interno dello stesso crogiolo come condizione prima ed essenziale per la ricerca della verità del paziente, della sua realizzazione del se, che chiama “individuazione”.

Dice più volte nei suo scritti, io sono un empirico, non un filosofo, né un teologo, ma un medico psichiatra che lavora con i suoi pazienti ed osserva e sperimenta.

Tale modo di procedere, scrive in “psicologia dell’inconscio”, non ha niente a che vedere con la scientificità di Galileo.

L’oggetto: il paziente, non può mai essere staccato da chi osserva, ma tra l’uno e l’altro c’è inevitabilmente una interazione Per arrivare all’individuazione, processo a cui tende l’analisi junghiana e vocazione che impegna l’uomo per tutta la vita, indipendentemente dal rapporto terapeutico.

Jung ha in mente, dentro di se una struttura psicologica molto più complessa di quella di Freud e per descriverla parte proprio dall’osservazione di Freud ed Adler e di ciò che fino ad allora avevano scritto e dice: vedete sia quello che dice Freud ed Adler è fondamentalmente vero eppure uno parla di rimozione dell’ eros e l’altro di volontà di affermazione: Ma sono veri entrambi perché sono complementari.

Freud è complementare ad Adler, perché il primo è un estroverso, l’altro, un introverso. Jung fece un lungo studio sui tipi psicologici, con lo scopo, come dice Trevi, “di liberare il più possibile dalla qualifica di patologico un vasto settore della fenomenologia dell’umano”. Introduce così il concetto della dualità, del doppio, del chiaro e dell’ombra, del maschile e del femminile, dell’introverso e dell’estroverso, del bene e del male. Non siamo mai tutto maschio o tutta femmina, santi o diavoli, introversi o estroversi.

C’è sempre dentro di noi, nell’inconscio, l’altra parte del manifesto, del conosciuto: “l’ombra”.

Fin tanto che questa rimane non conosciuta, rimossa, anche una parte della nostra energia vitale, ciò che lui chiama libido, non può esprimersi ed é la nevrosi Il medico ha il compito di stabilire con il paziente un rapporto non tanto con la parte esposta ma con quella rimossa, e solo una comunicazione tra preconscio a preconscio (come dice Lopez),o meglio come direbbe Jung , tra preconscio del terapeuta e l’ombra del paziente, favorirà l’individuazione.

Un altro dei cardini fondamentali della psicanalisi Junghiana è la dottrina del simbolo. Il simbolo é la sintesi di elementi culturali, personali consci e inconsci, opposti altrimenti non conciliabili.

Per Jung il simbolo è il vero motore del divenire psichico dell’uomo. Pensiamo ad esempio ai simboli religiosi, al simbolo della madre, del padre, della patria e ancora ai simboli sessuali.

Dice Entwurf, il simbolo è il progetto che, ri-assumendo in una unità il passato, permette l’apertura dell’esistente nel suo futuro.

Scriveva Cassirer (1923): Mito, arte, linguaggio e conoscenza divengono simbolo, non come immagini o allegorie che spieghino una realtà precedente, ma nel senso che ciascuna di tali forme crei o faccia emergere da se stessa un proprio mondo.

Ancora Trevi: la natura stessa del simbolo per la sua ricchezza e per la sua enorme forza intrinseca, sembra potersi spiegare con il concorso di parti consce razionali in rapporto con forme strutturatici inconsce di carattere culturale transpersonale (l’archetipo) e tuttavia elaboranti il materiale empirico offerto dalla vita psichica personale dell’individuo.

Il concetto del carattere culturale transpersonale presente nel simbolo ci introduce immediatamente in una delle speculazioni teoriche che più caratterizzano la psicologia junghiana, il concetto dell’ inconscio su due livelli, uno personale ed uno collettivo.

Il simbolo per la sua struttura è l’elemento sintetetizzante nell’inconscio della parte personale, soggettiva e della parte culturale, traspersonale, collettiva ed oggettiva Rispetto a questo concetto del simbolo, il processo di individuazione consiste allora in due processi parziali e complementari: Differenziazione e integrazione.

Differenziazione dell’Io dalla forza plasmatrice delle istanze collettive, agenti sia a livello cosciente che inconscio e nel contempo integrazione degli aspetti bipolari del simbolo. I movimenti del se verso l’individuazione, proprio perché sottoposti alla forza del simbolo che è in se bipolare, non saranno mai movimenti di tipo lineare, dal basso verso l’alto, dall’inconscio verso il conscio come pensava Freud, ma continui movimenti oscillanti e che pur tendono verso una direzione: l’individiazione.

La psicanalisi è oggi uno dei mezzi che favoriscono l’individuazione, ce ne sono tanti altri basti pensare all’arte, forse anche una certa risposta religiosa, ma riamane l’unica possibilità per superare un blocco libidico: la nevrosi.

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Contenuti: Psicoterapia Junghiana | 2 Comments »

2 Responses a “LA PSICOANALISI JUNGHIANA”

  1. Laura Tussi Commento:
    maggio 20th, 2008 a 18:00

    Il lavoro della cura nelle istituzioni.

    di Laura Tussi

    Progetto, gruppi e contesti nell’intervento psicologico.
    A cura di Marta Vigorelli.
    Prefazione di Antonello Correale.
    Edizioni Franco Angeli.

    L’equipe di psichiatria prevede un modello antropologico e relazionale della malattia rispetto a quello biologico. Nel modello gruppale in ambito istituzionale è necessario che la psicanalisi diventi capacità di ascolto. L’approccio sociologico di Durkheim e Basaglia considera la psicanalisi non come tecnica, ma come atteggiamento mentale. Solo così si verifica la reciproca integrazione tra psicanalisi e psichiatria. Se le istituzioni costituiscono un insieme di ruoli e di rapporti, la legge che li regola è rappresentativa della vita stessa delle istituzioni, in un insieme di esperienze collettive volte a perpetuarsi e stabilizzarsi. Le istituzioni prevedono un processo di formazione e produzione di elementi mentali e affettivi nel tempo.
    Nell’approccio socioanalitico, Jacques e Menzies Lyth sostengono che le istituzioni hanno una funzione di protezione dell’individuo dalle angosce depressive e persecutorie, depositi di proiezioni e identificazioni con un’utile azione sociale nelle istituzioni. Secondo Fornari ogni istituzione si struttura intorno a fantasmi basici originari, con valori, forme, norme di comportamento dei membri dell’istituzione stessa ricondotti a una determinata base fantasmatica.
    Nel modello di campo del gruppo e delle istituzioni, il campo istituzionale secondo Kurt Lewin e la psicologia della Gestalt, indaga risultanti complessive delle forze emergenti nel campo. Il gruppo è un organismo in movimento su vettori di affettività. L’area di operazione è un luogo attraversato da percorsi e sedi di incontro e intreccio e confronto di tali forze. Bion si muove su teorizzazioni, Lewin considera il gruppo un complesso ideativo e rappresentativo collegato a comportamenti collettivi. La simbiosi tra individuo e gruppo costituisce una fantasia fusionale tra campo del gruppo e individui collegati da identificazioni proiettive, da cui il campo del gruppo risulta continuamente alimentato. Il campo si trasforma nella fase e sulla base del gruppo di elementi provenienti dai membri. Nel piano sincretico del campo istituzionale, Bleger individua una stretta affinità tra strutture costitutive del setting e sostitutive e quelle istituzionali, dove l’istituzione rappresenta una relazione regolata da norme condivise. Con il piano affettivo e il campo istituzionale, Bion individua il gruppo e il gruppo degli assunti di base: la vita dei gruppi come attraversata da polarità e dicotomie tra il gruppo di lavoro e il gruppo degli assunti di base. Il gruppo di lavoro determina e detiene la gestione attenta e patente delle emozioni che dilagherebbero altrimenti nella collettività. Nel nucleo ideativo e emotivo si aggiungono speranze messianiche. L’équipe e la malattia, nel rapporto gruppo e singolo, vedono il singolo membro portatore di un atteggiamento e di una modalità di intervento che non corrisponde al gruppo di appartenenza. Il consumo di energie psichiche legato alla frattura tra gruppo e individuo, alla rottura dei canali emotivi, ideativi, culturali che legano il singolo operatore al gruppo, sviluppano un rapporto molto stretto tra il gruppo dei curanti e il campo psichico del portatore della malattia. L’accoglimento del paziente esercita una precisa richiesta di intervento in un insieme complessivo di bisogni, affetti, fantasie in parte riconoscibili. In ambito istituzionale la richiesta di intervento risulta indefinita e globale. L’accoglimento tende a travalicare il setting terapeutico proposto. Il campo d’équipe studia l’impatto che ha indotto il nucleo emozionale portato dal paziente e dalla malattia. La corrispondenza tra il piano affettivo e il piano pratico e operativo vanno indagati adeguatamente. Considerare la malattia e il gruppo è una scelta necessaria per l’ambito di indagine, ossia l’ambito del campo mentale del paziente e il campo del gruppo dei curanti. Il termine malattia possiede un veicolare alone emozionale di stati d’animo, stati mentali con potere angosciante, depersonalizzante e distruttivo. Con i gruppi integrati di terapia, in molti servizi di salute mentale è invalsa l’abitudine di attivare i gruppi di operatori che collaborano alla cura di uno stesso caso. Invece si attribuisce importanza al rapporto centrale tra il curante e il paziente dove si presentano vicissitudini del mondo interno con una loro leggibilità. Il gruppo integrato presenta capacità di coordinamento, autoriflessione e fiducia, ma presenta difficoltà nelle situazioni per la complessità e il contesto in cui il paziente non può programmare il suo processo trasformativo. Secondo l’approccio dei modelli sistemici, nel piccolo gruppo ogni membro ha una funzione specifica. Una funzione infermieristica, non solo assistenziale, ma mentale. La turbolenza è il termine per descrivere la fenomenologia patologica con la presenza di uno stato di rottura dei contenitori mentali usuali. Il curante può contenere in sè le esplosività di tali stati mentali per elaborare un atteggiamento emotivo adeguato alle circostanze. Per l’impossibilità del paziente a tollerare la separazione dal gruppo istituzionale, il gruppo dei curanti deve subire una violenza controllata. La debole identità e la turbolenza sono un campo di forze per cui il paziente sente cambiamenti mostruosi nel proprio sè. Winnicott identificava agonie primitive nel vissuto totale della persona di cui la capacità di tenersi sveglio, vivo e partecipe è data dal curante. Il setting nell’istituzione crea l’isomorfismo, per cui la carica emotiva del paziente rende impossibile il setting terapeutico significativo e stabile. Il contesto istituzionale induce un effetto infiltrante nel rapporto terapeutico, inducendo profonde modifiche. Le fantasie del paziente risultano condizionate dal campo istituzionale, tramite le operazioni mentali del paziente che mettono in gioco il campo stesso. Nella terapia in ambito istituzionale si verifica una fenomenologia patologica angosciante e perturbante. Kaes utilizza il termine isomorfismo per cui un membro del gruppo sovrappone un proprio apparato mentale a quello del gruppo, imponendo elementi mentali e affettivi in cui il gruppo e l’individuo risultano indistinguibili in una zona muta e silenziosa nella mente degli operatori. L’investimento transferale consiste in una fenomenologia di aspettative e pretese del paziente nei confronti del terapeuta. L’atteggiamento del paziente si manifesta in una sorta di grandiosità di richieste d’aiuto magiche, irriducibili ad un piano realistico, in fantasie di dipendenza incontrollata.
    Bleger individua fantasie di percezione nelle istituzioni quale luogo di sensazioni, di esperienze corporee e mentali, stratificate in un ambito condiviso, nel transfert con il luogo indistinto dell’istituzione.
    Il gruppo istituzionale detiene una funzione di trasformazione e di contenimento evolutivo del paziente cronico che non riesce ad affrontare da solo il proprio ambiente di vita. Il fenomeno della cronicità si manifesta in un’ipertrofia angosciante della sfera del corpo e dei suoi bisogni. L’individuo in cui predominano parti psicotiche manifesta ipertrofia della sensorialità, dell’aspetto fantastico e immaginativo della mente e debolezza dell’attività mentale. Il nucleo esplosivo emotivo pone il rischio continuo di annientamento e frammentazione identitaria. Il processo di cronicizzazione prevede la mutilazione di aspetti mentali, affettivi e relazionali. Il campo del gruppo nel rapporto ospedaliero vede nei reparti psichiatrici affrontata la crisi acuta in un’ottica non cronicizzante, ma orientata al reinserimento del paziente nel suo contesto. La crisi costituisce un momento altamente drammatico e dirompente per cui il proposito curativo si pone l’intenzione di evitare livelli elevati di angoscia con effetti di inibizione e frammentazione dell’intero mondo psichico del paziente. Il problema del ricovero riguarda la modalità di instaurazione di un rapporto. La cronicizzazione è legata a modalità relazionali instaurate dentro e fuori dall’ospedale. Il ricoverato vive uno stato di depersonalizzazione con la sospensione degli elementi costitutivi dell’identità. Il paziente vive uno stato di angosciante confusione e di crisi acuta per la novità del luogo, in uno stato di perdita della lucidità, come in un vortice risucchiante.

    Laura Tussi

  2. Laura Tussi Commento:
    giugno 4th, 2008 a 17:53

    PEDAGOGIA TRA SOCIALE E TERRITORIO.
    R. FRANCHINI. COSTRUIRE LA COMUNITA’ CHE CURA, F. ANGELI 2007.

    di LAURA TUSSI

    I luoghi dell’educazione sono sempre più le istituzioni, le aziende, le associazioni, le istituzioni e gli enti del tempo libero, mentre la scuola non è più matrice di agenzie formative. Il Long Life Education e l’extrascolastico convivono in una relazione transattiva di istruzione, educazione e formazione. Pertanto sussistono due semiosi, il territorio e il sociale, nel cui ambito si assiste all’impellente disagio della famiglia, del nucleo famigliare, quale ambiente socioaffettivo dove la socializzazione primaria attribuisce all’individuo stabilità emotiva e sicurezza relazionale. Si vive la crisi dell’istituzione famiglia in un’eclissi valoriale nel degrado dei contesti urbani, dove pullulano interventi di affido e gestioni educative e famigliari, nonché adozioni. L’imperativo della deistituzionalizzazione per le persone in condizioni di disagio suscita la cultura della domiciliarità e dell’integrazione, che invalida l’istituzione resa più flessibile e aperta ai contesti territoriali. Negli anni 70 si assiste allo sviluppo degli aiuti domiciliari, nella cornice del welfare con connotati assistenziali e positivistici e che contiene incertezze professionali e di aiuto alla persona. Nell’azione di aiuto alla persona in disagio subentra la relazione educativa, per cui in assenza di una razionalità pedagogica i servizi declinano in assistenzialismo e sanitarismo. L’assistenzialismo comporta lo sbilanciamento dell’azione di assistenza, per cui l’assistente risulta al centro dell’azione d’aiuto, nell’atto di soccorrere il disagio invece, l’assistenzialismo lo amplia, relegando il disagiato nel ruolo di impotente ed elemosinato. Con l’assistenzialismo l’aiuto perde il connotato relazionale della reciprocità per un’evidente asimmetria. L’assistenzialismo si traduce in istituzionalismo con processi di separazione dal contesto ambiente, di spogliazione della personalità, di ritualismo nella comunicazione interpersonale. Il sanitarismo rappresenta un altro aspetto dei servizi alla persona. Il pedagogista è un professionista che salvaguarda l’unità di senso, la mission dell’istituzione e del servizio. L’educatore professionale è un operatore educativo che utilizza la relazione educativa e i suoi strumenti, tra cui il progetto educativo che rappresenta la diade più fondata del manuale di qualità, quale documento dove il servizio accreditato dichiara le metodologie e gli strumenti di individualizzazione e di prestazione. Dunque il progetto educativo prevede una mission (bildung e paideia), degli obiettivi, degli utenti e dei metodi come risorse umane e strumentali, momenti di differenziazione e integrazione, attività e sistemi di valutazione. L’educatore professionale è il soggetto della relazione educativa, come reciprocità, continuità, intenzionalità e progettualità. Il mondo dell’educazione extrascolastica tende a una situazione di stasi ed equilibrio, dove la pedagogia dovrebbe avvicinarsi al mondo dell’educazione territoriale e comunitaria e al terzo settore riappropriandosi della sua vera origine sociale e pedagogica, eclissando l’aspetto clinico e sanitario. L’avvicinamento tra sociale e sanitario deve essere distinto, in quanto, diversamente, la sua crasi genererebbe confusione, mentre si auspica un maggiore contributo dell’educativo che genera cambiamento, bellezza, forza del domani.

    LAURA TUSSI

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