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Il disagio psico-sociale nei pazienti affetti da patologia neoplastica: il ruolo dello Psicologo
Da Dr.Zambello | marzo 24, 2008
di Maria Rosaria Giuliano
In ambito oncologico la grande sfida attuale è combattere il cancro. I continui progressi scientifici e tecnologici hanno notevolmente aumentato la possibilità di diagnosi precoce e di cura per la maggior parte dei tumori. Alla base del concetto di salute vi è la concezione di una grossa prevenzione. Molti screening di prevenzione oncologica rappresentano interventi di provata efficacia per riduzione della mortalità per tumori. La prevenzione mira ad individuare e ridurre i tumori in una fase iniziale in modo da limitare i danni dell’organismo e modificare la prognosi. Un programma per la ricerca di un sintomo precoce di un possibile tumore, rivolto ad un’intera comunità, è un intervento di sanità pubblica di grande impegno economico, sociale, umano ed etico. Per la tutela e la difesa della salute, occorre sviluppare una sensibilità a prevenire situazioni di rischio che spesso sono legate ad uno stile di vita non salutare. Gli screening prevedono all’interno del loro profilo assistenziale, il sostegno psicologico ai pazienti a partire dalla formulazione del dubbio diagnostico.
La definizione e la progettazione delle modalità di comunicazione e informazione all’utenza va realizzata dal primo momento di programmazione con il contributo di uno psicologo esperto in: oncologia e screening di prevenzione. Alcuni studi dimostrano l’importanza dell’approccio d’equipe dei vari operatori ai fini di interventi più efficaci nella cura dei pazienti affetti da neoplasia. L’assistenza e tali pazienti organizzata all’interno dei servizi regionali, deve realizzare una corrispondenza tra bisogni del malato e modalità di offerta sanitaria integrata.
L’adattamento alla malattia e ai trattamenti dipende in larga misura dalla qualità dell’approccio relazionale dell’equipe curante. Un presa in carico individualizzata del paziente richiede una valutazione di tutti i suoi bisogni: sanitari, psicologici, relazionali, sociali, spirituali, delle sue possibilità di scelta, della sua situazione familiare e sociale. I dati di numerose ricerche condotte in ambito oncologico hanno posto in evidenza l’importanza del ruolo svolto dai fattori psico-sociali nella prevenzione e nel trattamento del cancro.
Il sostegno psico-sociale rappresenta un elemento costitutivo del trattamento del paziente oncologico e rientra nelle responsabilità di ciascuna figura terapeutica: del medico di medicina generale, del medico oncologico, dell’infermiere, dello psichiatra e dello psicologo, dell’equipe curante nel suo complesso.
Obiettivo primario di ogni intervento che abbia per oggetto il disagio psico-sociale dei pazienti affetti da neoplasia è quello di migliorare la qualità di vita e di limitare il rischio di conseguenze psicopatologiche. Lo psicologo è una figura essenziale nel favorire la comunicazione e la relazione con questi pazienti. Indubbiamente le risposte empatiche e la comprensione delle motivazioni del paziente possono aiutare a supportarlo meglio. L’ascolto empatico richiede un percorso di esperienza e di formazione. Il corretto uso dell’empatia è dipendente dall’apprendimento della giusta distanza emotiva in modo da evitare di rimanere eccessivamente coinvolti dal dolore e dai vissuti del paziente. In ambito oncologico il ruolo dello psicologo va valorizzato. In Italia l’interesse verso gli aspetti psicologici e sociali insiti nella patologia oncologica si è rafforzato nella nascita di una disciplina scientifica denominata: Psiconcologia.
La psiconcologia ponendosi come interfaccia tra la psicologia e la branca oncologica della medicina è considerata in diversi paesi una disciplina specialistica autonoma, con propri modelli di intervento e di obiettivi di ricerca e applicazione clinica. Si occupa della prevenzione e del trattamento del distress psicologico secondario alla patologia oncologica, sia nel paziente che nei suoi familiari a tutti gli stadi della malattia. Si occupa inoltre della formazione e del sostegno all’equipe dei curanti sia per gli aspetti della comunicazione che di relazione con la persona affetta da tumore lungo il decorso della malattia. Fino ad alcuni decenni fa gli interventi terapeutici e il dialogo erano considerati molto meno importanti nel campo oncologico.
Spesso l’enfatizzazione della tecnica portava a trascurare il valore delle competenze relazionali. Attualmente si è ampliato il campo di studio e di osservazione relativo al momento relazionale. Un aspetto che merita riflessione è l’obbligo di informare il paziente sulla gravità della sua malattia, tenendo presente la consapevolezza crescente dei pazienti circa il loro diritto all’informazione e alla scelta.
La malattia oncologica rappresenta sempre, per il paziente e per la sua famiglia una prova esistenziale drammatica. Questa dura prova riguarda tutti gli aspetti della vita: il rapporto con il proprio corpo, il significato dato alla malattia, alla sofferenza, alla morte, così come le relazioni familiari, sociali, professionali. L’incontro con la malattia grave comporta un processo regressivo caratterizzato da un ripiegamento della libido sull’Io corporeo ed a un ritorno a stadi precedenti dello sviluppo. Esso si manifesta in forma di pensieri e relazioni oggettuali improntati ad estrema dipendenza: c’è infatti in questi casi un affidamento totale al medico con atteggiamenti di rinuncia. L’impatto duro con il tumore rappresenta la violazione della perfetta integrità. Infatti una caratteristica importante di un individuo è quello di percepirsi come individualità coesa e integra.
Il cancro associato al dolore e alla morte minaccia l’esistenza dell’individuo comportando grossi rischi per il suo equilibrio psichico.
Pertanto la situazione necessita di nuovi adattamenti psicosociali . Il più evidente meccanismo di difesa utilizzato dai pazienti è il diniego. Inizialmente il soggetto nel confrontarsi con la malattia avverte più forte l’ambiguità tra il desiderio di sapere e quello di denegare la realtà. Fondamentale è il compito dello psicologo nel saper controllare l’angoscia insopportabile che, se non è contenuta inibisce la capacità di discriminare la fantasia dalla realtà, con esiti negativi sugli adattamenti psicosociali e sulla stessa volontà di continuare le terapie.
Il lavoro in equipe comporta notevoli vantaggi quali: maggiore efficacia dei programmi di cura, condivisione delle problematiche somatopsichiche del paziente, condivisione dei successi e degli insuccessi terapeutici, contenimento delle varie dinamiche emotive. Quando le situazioni diventano molto coinvolgenti è necessario fornire al personale un supporto psicologico che possa contenere vissuti di inadeguatezza, fallimento, distacco o freddezza. Il grosso carico di lavoro dei vari operatori può condurre al fenomeno del “burn-out”. Solo la cooperazione ed il reciproco supporto dei membri dell’equipe può far si che problemi e momenti difficili possano essere condivisi e superati. Nel prendersi cura dei pazienti terminali, il lavoro di equipe è parte integrante della filosofia della cura palliativa. L’Organizzazione Mondiale della Sanità e L’Associazione Europea di Cure Palliative definiscono tali cure come: la somministrazione di cure attive e complete, nel momento in cui la malattia non risponde più al trattamento curativo.
Un aspetto da tenere in considerazione è relativo alla visione della morte nella nostra società occidentale. La morte vista come evento non naturale, viene negata e rimossa.
Un secondo aspetto collegato al precedente si riferisce alla perdita del significato dell’esistenza.
Non è un compito facile, per i vari operatori, aiutare il paziente ad accettare la malattia. Secondo la filosofia di orientamento esistenzialista, solo attraverso l’avvicinamento alla morte come esperienza che ci pone di fronte alla realtà della nostra limitatezza, è possibile trascendere il senso del morire e vivere con più autenticità la nostra esistenza.
La fase avanzata della malattia oncologica fa aumentare le angosce e le difficoltà che già la persona ha incontrato al momento della diagnosi.
In ambito palliativo, nel percorso della malattia è fondamentale per il paziente percepire l’equipe come “rete che sostiene”. Nella comunicazione con questi pazienti va dato risalto alla comunicazione non verbale come: sguardo, sorriso, contatto fisico che esprime vicinanza ed empatia.
Risulta importante considerare per la diagnosi ed il trattamento che il disagio psichico costituisce per i pazienti in fase terminale, una reazione comune alla malattia neoplastica.
Il quadro attraverso cui si configura il disagio è ampio ed è rappresentato da molte modalità di espressione della sofferenza, in relazione alle personalità, alle modalità di coping e alla qualità delle relazioni famigliari e sociali. Gli studi che misurano il disagio psichico del paziente neoplastico fanno quasi sempre riferimento alle variabili ansia e depressione, che costituiscono i principali indicatori di distress. Un aspetto rilevante della malattia oncologica è rappresentato dal rapporto tra dolore e depressione. Numerosi dati indicano un’associazione diretta tra dolore e disturbi psicopatologici, in particolare disturbi depressivi.
Un elemento importante dell’intervento psicologico risulta essere la valutazione della famiglia del paziente. La durata dell’assistenza al proprio congiunto, i livelli di ansia e depressione nel familiare, si pongono come fattori di rischio per disturbi psicopatologici del lutto, in particolare, disturbi depressivi.
Bisogna sottolineare il fatto che le reazioni più comuni del paziente con neoplasia quali ansia, angoscia, rabbia, non vanno viste come disturbi psicopatologici, ma normali risposte all’esperienza di malattia.
Il processo di adattamento al tumore e alle terapie può però presentare, in diverse circostanze, alterazioni che assumono aspetti di disagio e sofferenza, per i quali può essere necessario un intervento strutturato di tipo psicologico e psichiatrico. È dunque, importante, saper distinguere e riconoscere le reazioni a finalità adattativa, che si possono considerare fisiologiche, da quelle condizioni in cui la funzione di adattamento viene perduta; che indicano condizioni sintomatiche in cui i sintomi assumono carattere patologico.
Numerosi sono i modelli di intervento psicoterapico che si pongono l’obiettivo del contenimento dello stato di sofferenza emotiva. Un crescente numero di studi evidenzia l’efficacia degli interventi che utilizzano metodi psicologici piuttosto che farmacologici, per migliorare la qualità di vita del paziente.
Altri interventi specialistici includono l’utilizzo di tecniche cognitivo-comportamentali come rilassamento, ipnosi, tecniche immaginative e biofeedback che sono risultate efficaci nel diminuire sintomi quali: nausea, vomito e anche ansia e di stress.
Diversi studi hanno segnalato come i pazienti che prendono parte ai programmi di terapia cognitivo-comportamentale presentino una riduzione della sintomatologia depressiva ed ansiosa. La Adjuvant Psychological Therapy (APT) rappresenta una buona sintesi tra tecniche comportamentali e tecniche cognitive per ridurre e contenere il livello di disagio emozionale. Si tratta di una terapia breve, individuale o di coppia focalizzata sul significato soggettivo che il cancro ha per la persona e sullo stile coping che lo stesso sta adottando.
Scopo della terapia Psicologia Adiuvante è quello di analizzare e cogliere il legame tra il pensiero negativo sulla malattia ed emozioni conseguenti. La terapia si propone di modificare il significato che il cancro ha per quella persona, cercando di creare possibili diversi significati e più adattivi. Il ruolo dello psicologo dovrebbe acquistare maggiore rilevanza come interlocutore principale nel facilitare la comunicazione, punto di forza della sua attività professionale. Un altro elemento importante da tener presente è che la differente evoluzione clinica della malattia comporta differenti quadri sintomatologici e conseguentemente differenti approcci terapeutici.
Chi si occupa di psicoterapia in oncologia, deve possedere la flessibilità nell’impiego degli strumenti psicoterapeutici, applicando l’intervento più idoneo in funzione dei problemi del paziente e dei suoi bisogni. Occorre un supporto psicologico valido che stemperi i vissuti di disagio fisico, psicologico e relazionale per i soggetti affetti da neoplasia. Il compito certamente più difficile non è solo quello di curare bene il paziente grave, ma di accompagnarlo verso la fine della sua esistenza, aiutandolo a conservare la speranza e la dignità.
Prendersi cura del paziente oncologico non è facile. Il primo passo per avvicinarsi al paziente richiede non solo sensibilità e desiderio di aiutare ma competenza e senso di professionalità. Le difficoltà nascono indubbiamente da disattenzione nell’ascolto, incomprensione dei bisogni del paziente, mancanza di una vera comunicazione.
da:http://www.vertici.it
Contenuti: Problemi sociali, Psicoterapia Junghiana | 2 Comments »

aprile 19th, 2009 a 17:01
Buona sera dott. Zambello, io non sono un psicologo, però lavoro come volontario a stretto contatto con pazienti onco-
logici e terminali (Osp.Civile di Venezia). Molto del mio tempo lo passo ad ascoltare questi “amici”,e la mia principa-
le preocupazione è di svolgere al meglio il mio compito.
Noi volontari, abbiamo un supporto psicologico a nostra richiesta, ma io sono un tipo che non si accontenta mai.
Mi piacerebbe sapere,visto il suo campo e la sua professio-
nalità, un consiglio su qualche testo che mi possa aiutare.
Aspettando una sua gentile risposta, la saluto cordialmente.
Renzo
aprile 19th, 2009 a 19:54
Gent. Dottore,
più che un libro le consiglio di frequentare un gruppo Balint. Sono certo che se guarda in rete ne troverà sicuramente uno nella sua zona.