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Mente in Pace: dai manicomi al territorio, lo stigma odierno
Da Dr.Zambello | giugno 4, 2008
Dai manicomi al territorio: lo stigma odierno
di Rosetta Serratore, Associazione MenteInPace
Abbiamo finora evidenziato come la follia in un contesto o in un altro da sempre viene allontanata dal mondo civile. I malati mentali furono reclusi nei manicomi in modo da non poter nuocere né dare scandalo. L’art.1 della legge n. 36 del 14 febbraio 1904 sanciva che: “Debbono essere custodite e curate nei manicomi le persone affette per qualsiasi causa da alienazione mentale quando siano pericolose a sé o agli altri o riescano di pubblico scandalo e non siano e non possano essere convenientemente custodite e curate fuorché nei manicomi”. Alla base di questa legge così come del pensiero comune vi erano i pregiudizi legati alla figura del disagiato psichico quali la violenza, l’irrecuperabilità, la pericolosità, l’incomprensibilità. Evidentemente nella coscienza collettiva il malato mentale continuava ad essere senza soggettività, considerato completamente succube del suo male e di conseguenza soggetto da soggiogare.
Intorno al 1930 avvenne un cambiamento. Ai malati mentali vennero applicate delle nuove terapie di shock (insulinico, malarico, elettro convulsivo). Queste da un lato annichilivano le coscienze di chi vi veniva sottoposto, ma dall’altro diedero l’occasione di guardare a queste persone come soggetti non solo da custodire ma anche da curare (anche se, ancora una volta, sempre e solo all’interno del manicomio). Una ulteriore spinta in questo senso fu data dall’introduzione degli psicofarmaci negli anni ‘50. Contemporaneamente a questi cominciarono a diffondersi anche le teorie psicanalitiche che non consideravano più la malattia mentale come solo fatto organico ma strettamente legata alla situazione esperienziale del soggetto che la manifestava. Fu così che nel 1962 in America si arrivò ad aprire i primi Centri di Igiene Mentale che però con quel termine ‘igiene’ rammentavano ancora attributi poco ‘puliti’ nelle menti dei malati, come se ci fosse qualcosa di sporco. Intanto in Italia bisognerà aspettare il 13 maggio 1978 per abolire la normativa del 1904 con la legge 180 grazie al direttore dell’Ospedale di Gorizia Franco Basaglia. Con la sua determinazione e le sue battaglie si è giunti ad un completo riassetto della psichiatria passando attraverso lo smantellamento dei manicomi e la restituzione alla società dei suoi ‘fratelli minori’. Ma la società è pronta ad accoglierli?
Come disse il patriota Massimo D’Azeglio dopo le conquiste di Garibaldi: ‘Fatta l’Italia bisogna fare gli Italiani’ così ora che le leggi favoriscono il reinserimento in società dei sofferenti psichici bisogna fare in modo che questo possa avvenire realmente e sotto tutti i punti di vista. Non basta infatti togliere dall’isolamento del manicomio una persona se poi la si isola stigmatizzandola. Ancora oggi il pregiudizio intorno alle malattie mentali è molto resistente tanto da considerare lo stigma la malattia secondaria di chi soffre di disturbi psichici. A questo proposito l’Organizzazione Mondiale della Sanità il 7 aprile 2001 in occasione della giornata della salute mentale ha lanciato lo slogan ‘Stop exclusion, Dare to care’ (Contro lo stigma, il Coraggio delle cure) evidenziando i pregiudizi più diffusi e chiedendo a tutti i governi di intervenire nel concreto per superarli. Quali sono tali pregiudizi? Vediamo uno per uno i maggiormente diffusi.
‘I malati mentali sono pericolosi per sé e per gli altri’: sì, certamente qualcuno lo è ma guardando le statistiche si evince che solo lo 0,2% dei malati in un anno incorre in atti perseguibili penalmente. In questo senso molto della responsabilità del rinforzo di tale pregiudizio va attribuita ai media che, a fini di lucro e senza porsi il minimo scrupolo sulle conseguenze di chi soffre tali disturbi, mettono in ampio risalto (dove deliberatamente non esagerano), fatti di cronaca relativi a persone con disturbi psichici comprovati. Oppure se chi compie gesti efferati non aveva mai accusato tali disturbi, si appellano comunque al ‘raptus di follia’ da essi stessi inventato, con la precisa volontà di ignorare che in realtà ognuno di noi potrebbe commettere qualsiasi gesto del genere.
“E’ inutile starli ad ascoltare, tanto non dicono niente di sensato”: certamente trovandoci di fronte ad una persona in crisi delirante tutto ciò che dice ci può apparire senza logica, incomprensibile. Non sarebbe lo stesso se trovandoci di fronte la stessa persona nella stessa situazione adottassimo un atteggiamento di disponibilità e voglia di leggere tra le righe di ciò che ci dice, anzi, scopriremmo che spesso può esistere un terreno comune su cui costruire un dialogo funzionale.
“I malati mentali non possono guarire”: oggi come oggi non c’è niente di più falso (così come lo è sempre stato d’altronde), eppure risulta essere il più invalidante tra i pregiudizi in quanto genera un senso di perdita di speranza sia nella persona malata che in chi ha vicino.
“Sono un peso per la società perché non lavorano”: sì, a volte non riescono davvero a lavorare, così come non ci riusciamo noi quando ad esempio abbiamo l’influenza. Se fossero persone non in grado di lavorare come avrebbero potuto auto sostenersi nei secoli nelle loro ‘città fuori dalle città’? Oggi più che negli anni passati si grida a gran voce il loro diritto al lavoro che è condizione essenziale per il raggiungimento di una reale autonomia.
Potremmo continuare ancora per un bel po’ ma il succo del discorso è che bisogna eviscerare le motivazioni infondate a sostegno dei pregiudizi. E’ importante avere gli strumenti e i metodi giusti per arrivare alla coscienza delle persone e combattere lo stigma. Molto si è fatto soprattutto in questi ultimi trenta anni ma moltissimo è rimasto da fare.
da: http://www.targatocn.it
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