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Riflessioni teoriche sul concetto di setting, complesso, archetipo e prassi analitico-comparata di gruppo
Da Dr.Zambello | agosto 2, 2008
di Marco Giannini
In psicoanalisi “il setting delimita un’area spazio-temporale vincolata da regole che determinano ruoli e funzioni in modo da poter analizzare il significato affettivo dei vissuti del paziente in una situazione specificatamente costruita per questa rilevazione” (Galimberti 1992, p. 871). Definendo il setting come spazio fisico e mentale limitato nello spazio e nel tempo interagenti fra loro, delimitiamo “un luogo sacro” entro il quale si svolge la prassi psicoterapeutica: da una parte un’offerta di terapia, dall’altra una richiesta di terapia. Quella “spinta” a far sì che due persone o un gruppo di persone si incontrino e stabiliscano una relazione terapeutica in un luogo prestabilito e il ricrearsi ogni volta della medesima situazione formale, spingerebbero a ritenere il setting un archetipo, quale forma eterna e immutabile di “relazione che cura”, sensibile di accordarsi a differenti contenuti secondo il canone culturale dominante, dato che “l’archetipo è in sé un elemento vuoto, formale, nient’altro che una facultas praeformandi, una possibilità data a priori della forma di rappresentazione” (Jung, Opere 9, p. 81) sensibile di un contenuto ma formalmente immutabile.“In ogni epoca, gli uomini hanno intrapreso pellegrinaggi, viaggi spirituali, ricerche personali. Spinti dal dolore, attirati dal desiderio, sorretti dalla speranza, singolarmente e in gruppi sono andati alla ricerca della liberazione, dell’illuminazione, della pace, del potere, della gioia o dell’irrealizzabile” (S.B.Kopp 1972, p. 9) perché “lo spirito dell’umanità si è da millenni dato pena per le sofferenze dell’anima, forse ancor prima che per quelle del corpo” (Jung, Opere 10, p. 243).
La psicoanalisi e tutte le scuole da essa derivate, o ad essa ispirantesi, rappresenterebbero così, attraverso il setting, “la forma moderna” (o scientifica) con cui la nostra cultura sta esprimendo “la relazione che cura”.
Spetta dunque a Freud il merito di aver dato “veste moderna” alla “relazione che cura” poiché è stato il primo a studiare “in modo scientifico e sistematico le manifestazioni dell’inconscio. Perciò Freud va considerato il fondatore della moderna psicologia del profondo” (J.Jacoby 1971, p. 18) colui che ha saputo cogliere quel bisogno “latente” di un nuovo tipo di cura dandogli quella forma “manifesta” rivoluzionaria e scandalosa (ma non troppo – cfr. Masson 1984) destinata al successo che conosciamo sotto il nome di psicoanalisi e di cui il setting è lo strumento operativo e la condizione necessaria affinché si possa parlare di psicoterapia.
Ponendo dunque il setting come archetipo, come forma eterna e immutabile di “relazione che cura” che ha trovato forma moderna nella psicoanalisi e nelle scuole che si sono susseguite da Freud in poi, risulterebbero inserite nella bipolarità del concetto stesso le contraddizioni che il setting propone, quale contenitore e condizione di accoglimento da una parte, quale strumento difensivo dei contenuti ansiogeni, evocati dal rapporto terapeutico, dall’altra, dato che “l’archetipo nella sua struttura bipolare, porta immanenti in sé sia il lato oscuro che il lato chiaro” (J.Jacoby 1971, p. 61).
Si dovrebbe così ad una predisposizione innata, ad un archetipo specifico, l’attivazione di una relazione terapeutica (il ritrovarsi in uno spazio “sacro”, il setting) che io definirei più precisamente “campo totale di forze” ampliando la definizione proposta da L. Tarantini secondo cui “grazie alla presenza di nuclei complessuali profondi, dotati perciò di una forte carica energetica, più consci nell’analista, totalmente o in parte inconsci nel paziente” è possibile che “si possa instaurare quel campo di forza intermedio che chiamiamo setting analitico, di cui i complessi, o meglio il loro nucleo archetipico, rappresenterebbero sia i mediatori che gli attivatori” (1992, p. 539).
Con la definizione “campo totale di forze” si vuole evidenziare maggiormente il fatto che i partecipanti, in quanto sistemi psichici, interagiscono e sono mutualmente interdipendenti poiché, “che lo voglia o meno il medico è presente con tutte le sue premesse, esattamente come il paziente” (Jung, Opere 10, p. 229). E’ in questo “campo totale di forze”, attraverso il crearsi di un rapporto emotivo e cognitivo fra il terapeuta e il/i paziente/i, che avviene la costellazione dei complessi (risultanti a loro volta dalla fusione di un nucleo archetipico con l’esperienza individuale) o degli archetipi stessi, attivazione dovuta ad una predisposizione innata al rapporto terapeutico che va al di là del campo di coscienza e che si attiva ben prima dell’incontro con il terapeuta, in un processo di ricerca, di indecisioni e ripensamenti che può durare anche degli anni e che con lo stabilirsi della relazione terapeutica coinvolge tanto chi cura quanto chi è curato in quanto elementi del “campo totale di forze” o setting, supponendo chi cura con maggiori possibilità di chi è curato “di prendere coscienza dei contenuti costellati” (Jung, Opere 16, p. 188) pena il cadere “prigionieri della stessa incoscienza” (ibidem).
Sta alla capacità e soprattutto alla sensibilità dello psicologo di riuscire a stabilire una relazione che consenta lo svolgimento del processso terapeutico. “E’ persino in gran parte indifferente quale tecnica egli impieghi, perché non è importante tanto ‘la tecnica’ quanto in primo luogo la personalità che applica quel certo metodo. (Jung, Opere 10, p. 229) senza dimenticare soprattutto che “l’oggetto della terapia non è la nevrosi, bensì colui che ha una nevrosi” (ibidem ).
Il setting rimanda dunque direttamente al problema della formazione dello psicoterapeuta e con Freud, e le sue innegabili innovazioni terapeutiche, alla “rinascita del tipo greco-romano di scuole filosofiche” (Ellenberger 1971, p. 632) che come la psicoanalisi prevedevano “rigide regole di appartenenza” (ibidem) nonché “una iniziazione sotto forma di analisi di addestramento” (ibidem) , proposta peraltro a Freud da Jung, con cui un seguace è integrato nella società in modo più indissolubile di quanto non lo sia mai stato un pitagorico, uno stoico, un epicureo nella sua organizzazione” (ibidem) e attraverso la cui appartenenza (indipendentemente dal fatto che si tratti di una scuola più o meno rigida o di un albo professionale) chi cura può porsi come tale e correre il rischio di affrontare la costellazione dei complessi e degli archetipi che il setting come “campo totale di forze” attiva in quanto forma archetipica costellante.
GERARCHIA PSICHICA
Complesso – Archetipo – Sé
E’ ormai noto come Jung sia giunto ai complessi autonomi attraverso il Test di Associazione Verbale tra il 1904 e il 1911, come l’uso dello psicogalvanometro nel test abbia suggerito l’ipotesi che, esprimendosi somaticamente, siano radicati nel corpo e come essi abbiano costituito il trait d’union fra l’esperienza collettiva e quella personale, rafforzando il dato teorico della sub-divisione della personalità e dell’autonomia di tali parti scisse.
C’è da dire che se il termine complesso è stato coniato da Jung, il concetto di frammenti scissi della personalità dotati di una propria vita e di uno sviluppo proprio era già sato intuito e sviluppato in particolare da Janet che aveva parlato di idee fisse subconscie. Il concetto di complesso autonomo sarà poi ripreso e sviluppato da altri autori dopo Jung ad esempio da Winnicott, (cfr. “Il vero e il falso sé”).
Nota J.Jacoby che “i complessi sono (…) non solo impressionanti prove della ‘divisibilità’ o dissociabilità della psiche, ma anche della relativa indipendenza e autonomia di queste ‘parti’ che può degenerare fino a una totale disintegrazione psichica in tutte le varianti (1957, p. 21). Nel 1934 Jung scriveva che “tutti sappiamo che ‘abbiamo dei complessi’. Che invece i complessi abbiano noi è cosa meno nota, ma dal punto di vista teorico ancora più importante”, aggiungendo che “l’ingenua premessa dell’unità della coscienza, la quale viene identificata con ‘la psiche’, e della supremazia della volontà, è (…) posta seriamente in dubbio dall’esistenza del complesso” e che “ogni costellazione di complessi ingenera uno stato di disturbo della coscienza ” per cui ” l’unità della coscienza viene infranta e l’intenzione volitiva resa più o meno difficile o addirittura impossibile” (Opere 8, pp. 112 e 113) coinvolgendo in maniera “sostanziale” (ibidem) anche la memoria. Ma è altrettanto noto come il concetto di complesso, e quello di inconscio personale, come campo dei complessi, siano strettamente connessi al concetto di inconscio collettivo: infatti “i contenuti dell’inconscio personale sono principalmente i cosiddetti ‘complessi a tonalità affettiva’, che costituiscono l’intimità personale della vita psichica. I contenuti dell’inconscio collettivo sono invece i cosiddetti ‘archetipi’ ” (Jung, Opere 9, p. 4) e inoltre “un certo strato per così dire superficiale dell’inconscio è senza dubbio personale: noi lo chiamiamo ‘inconscio personale’, esso poggia però sopra uno strato più profondo che non deriva da esperienze e acquisizioni personali ma è innato. Questo strato più profondo è il cosiddetto ‘inconscio collettivo’ “. (Jung, Opere 9, p. 3).
Il concetto di inconscio collettivo insieme a quello di archetipo, in quanto a priori nella concezione junghiana, condizionano in misura tanto marcata tutti gli altri tanto che possiamo parlare di rapporto di subordinazione o gerarchico all’interno della psiche.
Jung infatti definisce la coscienza come la relazione tra i fatti psichici e “un fatto chiamato l’Io” il cui carattere dipende dal tipo di attitudine generale dell’individuo (introverso ed estroverso) e la cui relazione col mondo esterno avviene attraverso quattro funzioni (pensiero, sentimento, sensazione ed intuizione): dato che la coscienza emerge dall’inconscio quale matrice originaria, la coscienza, le sue attitudini e funzioni possono essere comprese solo ponendole in connessione con l’ipotesi dell’inconscio (personale e collettivo).
Jung va oltre nella sua teorizzazione e postula l’esistenza del Sé quale sovraordinatore psichico, eterno progetto potenziale di cui l’Io diviene lo specchio, dato che “l’Io sta al Sé come il patiens sta all’agens , o come l’oggetto al soggetto, poiché i fattori determinanti provenienti dal Sé circondano l’Io e perciò lo sovrastano. Come l’inconscio, il Sé è l’esistente a priori dal quale promana l’Io. Esso preforma per così dire, l’Io. Non io creo me stesso, ma piuttosto io accado a me stesso ” (Jung, Opere 11, p. 249). E’ il Sé probabilmente il concetto che riveste maggiore importanza nella psicologia analitica, centro e totalità nella psiche, possibilità di divenire e sentirsi un tutto: “il Sé non è soltanto il punto centrale, ma anche l’estensione che comprende la coscienza e l’inconscio” (Jung, Opere 12, p. 47).
Premesso questo, il complesso viene a porsi, nel poderoso corpus teorico junghiano quale punto di contatto tra l’esperienza personale e quella collettiva, tra lo psichico e il somatico; un vero centro di smistamento dell’energia psichica asservito ad un nucleo archetipico e ad un programma potenziale generale o proto-programma pre-esistente: il Sé.
Questo rapporto di subordinazione al Sé deve essere tenuto presente costantemente, affrontando le formulazioni junghiane, per trarne indicazioni utili al lavoro psicoterapeutico; va considerato inoltre che il Sé acquista senso attraverso l’Io con cui costituisce secondo i neojunghiani un asse, “l’asse Io-Sé” (A. Samuels 1985, p. 194) in un rapporto di mutua interdipendenza di cui troviamo un bell’esempio nella poesia di Angelus Silesius citata da Jung: “Io so che senza di me Dio non può vivere neppure un istante/se io scompaio egli deve di necessità spirare/senza di me Dio non può fare neppure un vermiciattolo:/se io non lo conservo con lui, esso deve tosto perire./Io sono grande quanto Dio ed egli è piccolo quanto me/egli non può stare sopra di me, né io sotto di lui! (Opere 6, p. 260).
Un “complesso” è quindi un subordinato e un subordinante, un nucleo autonomo connesso ad uno o più archetipi contraddistinto da un insieme di idee e immagini a comune tonalità affettiva raggruppate attorno a questo nucleo e attivantesi in seguito ad uno “squilibrio” o “disarmonia” tra quello che è il progetto potenziale del Sé e la realizzazione da parte dell’Io.
L’attivazione del complesso o costellazione è “un processo automatico che subentra involontariamente, ed è cosa che nessuno può impedire che si verifichi” (Jung, Opere 8, p. 111); subentra ogniqualvolta l’equilibrio conscio/inconscio viene ad alterarsi.
L’espressione “si è costellati” significa quindi che “si è acquisita la predisposizione d’attesa a partire dalla quale si reagirà in maniera perfettamente definita” (ibidem) : in altre parole l’inconscio si manifesterà, di fatto evidenziando “il punto debole” in “accordo” con il Sé (che abbiamo precedentemente definito proto-programma pre-esistente) ma con il fine di promuovere una maggiore “attenzione” da parte della coscienza, un cambiamento di prospettiva, dato che nel sintomo stesso si esprimono anche “le tensioni alla guarigione del sistema ammalato” (Jung, Opere 10, p. 239) e la nevrosi, pur con tutta la sofferenza che attanaglia l’individuo “non costituisce per nulla un elemento soltanto negativo ma è anche un fattore positivo” (Jung, Opere 10, p. 238). Jung anticipa con queste affermazioni le più recenti concezioni della medicina che ipotizza nella malattia un messaggio dell’organismo, considerando il sintomo un fattore di evoluzione personale. Freud, prima di Jung, aveva sondato l’inconscio illustrando poi mirabilmente in Psicopatologia della vita quotidiana come attraverso gli atti mancati esso possa manifestarsi: Jung ha attribuito questi accadimenti psichici ai complessi e ne ha evidenziato sia la funzionalità sia l’autonomia e “la forza”, giungendo ad affermare che un complesso ci traspone momentaneamente in uno stato di illibertà, di coazione del pensiero e dell’azione, per definire il quale dovremmo ricorrere, in determinate circostanze, al concetto giuridico di limitata capacità d’intendere (ibidem p. 113). La forza del complesso sarà data dal potenziale energetico a disposizione del complesso: tale forza sarà dunque tanto più marcata quanto più la coscienza sarà “inconscia” del complesso stesso fino a giungere all’attivazione dei nuclei più profondi dato che “i complessi possono presentare tutti i gradi di autonomia ” (J.Jacoby 1957, p. 19) come é possibile osservare nei casi di schizofrenia.
PRASSI ANALITICO COMPARATA DI GRUPPO
Avendo precedentemente definito il setting, sia individuale che di gruppo, come archetipo, ovvero come predisposizione e fattore attivante di “una relazione che cura”, di “un campo totale di forze” in cui emergono i complessi e gli archetipi costellati secondo il progetto unico e irripetibile dato dal Sé, viene chiarendosi la prassi analitico-comparata di gruppo. Questa si avvale principalmente delle tecniche introdotte dalla psicoterapia della gestalt, tecniche che nella prassi analitico-comparata mirano principalmente alla personificazione dei complessi costellati e alla loro successiva interpretazione che ne consideri la peculiarità di subordinato/subordinante.
La personificazione dei complessi è l’attività psichica spontanea attraverso la quale ciò che è sperimentato viene personificato, diventa cioè “una persona psichica”. Come nota J.Jacoby “appartiene (…) all’essenza del complesso – come i sogni mostrano chiaramente – di poter apparire anche in forma personificata, come si può del pari osservare facilmente per esempio nelle manifestazioni spiritistiche, nello scrivere automatico e in altri fenomeni affini” (1957, p. 21). Ombra, Animus/Anima ma anche Il Super-Io, il Censore freudiano, Il Genitore, l’Adulto e il Bambino di E.Berne e così via, possono ritenersi la personificazione di concetti osservati. La personificazione ci permette anche di osservare i complessi nella loro peculiare autonomia, pur essendo inquadrati, come abbiamo visto, in un più ampio sistema gerarchico e interdipendente. Hillman in particolare, fra gli junghiani, ha approfondito il concetto di personificazione, affermando che “l’attività personificatrice, che è sempre stata fondamentale per l’immaginazione religiosa e poetica, è oggi fondamentale per l’esperienza e per la riflessione sull’esperienza della psicologia archetipica” (1975, p. 29).
Criticando “la nostra moderna visione del mondo” in quanto “limita l’idea della soggettività alle persone umane, uniche cui è permesso di essere soggetti, di essere agenti e creatori, di avere coscienza e anima” (1975, p. 30), Hillman pone l’accento sul campo di personalità multiple affermando che “esploreremo la giungla animistica in accordo con le sue idee; presteremo ascolto alla molteplicità delle sue voci rispettandone l’autonomia e facendo attenzione a ciò che esse dicono” (1975, p. 32). In questa ricerca dell’anima che per Hillman significa “più che una sostanza, una prospettiva,più che una cosa in sé, una visuale sulle cose” (1975, p. 14) egli giunge a concludere che “presupponiamo cioè che il fare anima dipenda dalla capacità di personificare, il che a sua volta dipende dall’anima” (1975, p. 32).
Nella prassi analitico-comparata di gruppo la personificazione, depotenziando il potere del complesso rende possibile la presa di coscienza, sia attraverso l’interpretazione, sia attraverso lo stesso processo dinamico (il dar voce alla giungla animistica di Hillman) condizioni necessarie affinché una presa di coscienza sia resa non solo possibile ma anche “stabile”, perchè “una semplice comprensione intellettuale non è assolutamente sufficiente. Solo ciò che è vissuto emotivamente libera. Esclusivamente l’esperienza emotiva è in grado di produrre la necessaria rivoluzione e trasformazione d’energia” (J.Jacoby 1957, p. 23).
TECNICHE DI PERSONIFICAZIONE DEL COMPLESSO
Esaminiamo adesso per concludere quattro tecniche che favoriscono la personificazione del complesso costellato e la conseguente trasformazione dell’energia psichica.
Spetta dunque a Freud il merito di aver dato “veste moderna” alla “relazione che cura” poiché è stato il primo a studiare “in modo scientifico e sistematico le manifestazioni dell’inconscio. Perciò Freud va considerato il fondatore della moderna psicologia del profondo” (J.Jacoby 1971, p. 18) colui che ha saputo cogliere quel bisogno “latente” di un nuovo tipo di cura dandogli quella forma “manifesta” rivoluzionaria e scandalosa (ma non troppo – cfr. Masson 1984) destinata al successo che conosciamo sotto il nome di psicoanalisi e di cui il setting è lo strumento operativo e la condizione necessaria affinché si possa parlare di psicoterapia.
Complesso – Archetipo – Sé
E’ ormai noto come Jung sia giunto ai complessi autonomi attraverso il Test di Associazione Verbale tra il 1904 e il 1911, come l’uso dello psicogalvanometro nel test abbia suggerito l’ipotesi che, esprimendosi somaticamente, siano radicati nel corpo e come essi abbiano costituito il trait d’union fra l’esperienza collettiva e quella personale, rafforzando il dato teorico della sub-divisione della personalità e dell’autonomia di tali parti scisse.
C’è da dire che se il termine complesso è stato coniato da Jung, il concetto di frammenti scissi della personalità dotati di una propria vita e di uno sviluppo proprio era già sato intuito e sviluppato in particolare da Janet che aveva parlato di idee fisse subconscie. Il concetto di complesso autonomo sarà poi ripreso e sviluppato da altri autori dopo Jung ad esempio da Winnicott, (cfr. “Il vero e il falso sé”).
Nota J.Jacoby che “i complessi sono (…) non solo impressionanti prove della ‘divisibilità’ o dissociabilità della psiche, ma anche della relativa indipendenza e autonomia di queste ‘parti’ che può degenerare fino a una totale disintegrazione psichica in tutte le varianti (1957, p. 21). Nel 1934 Jung scriveva che “tutti sappiamo che ‘abbiamo dei complessi’. Che invece i complessi abbiano noi è cosa meno nota, ma dal punto di vista teorico ancora più importante”, aggiungendo che “l’ingenua premessa dell’unità della coscienza, la quale viene identificata con ‘la psiche’, e della supremazia della volontà, è (…) posta seriamente in dubbio dall’esistenza del complesso” e che “ogni costellazione di complessi ingenera uno stato di disturbo della coscienza ” per cui ” l’unità della coscienza viene infranta e l’intenzione volitiva resa più o meno difficile o addirittura impossibile” (Opere 8, pp. 112 e 113) coinvolgendo in maniera “sostanziale” (ibidem) anche la memoria. Ma è altrettanto noto come il concetto di complesso, e quello di inconscio personale, come campo dei complessi, siano strettamente connessi al concetto di inconscio collettivo: infatti “i contenuti dell’inconscio personale sono principalmente i cosiddetti ‘complessi a tonalità affettiva’, che costituiscono l’intimità personale della vita psichica. I contenuti dell’inconscio collettivo sono invece i cosiddetti ‘archetipi’ ” (Jung, Opere 9, p. 4) e inoltre “un certo strato per così dire superficiale dell’inconscio è senza dubbio personale: noi lo chiamiamo ‘inconscio personale’, esso poggia però sopra uno strato più profondo che non deriva da esperienze e acquisizioni personali ma è innato. Questo strato più profondo è il cosiddetto ‘inconscio collettivo’ “. (Jung, Opere 9, p. 3).
Jung va oltre nella sua teorizzazione e postula l’esistenza del Sé quale sovraordinatore psichico, eterno progetto potenziale di cui l’Io diviene lo specchio, dato che “l’Io sta al Sé come il patiens sta all’agens , o come l’oggetto al soggetto, poiché i fattori determinanti provenienti dal Sé circondano l’Io e perciò lo sovrastano. Come l’inconscio, il Sé è l’esistente a priori dal quale promana l’Io. Esso preforma per così dire, l’Io. Non io creo me stesso, ma piuttosto io accado a me stesso ” (Jung, Opere 11, p. 249). E’ il Sé probabilmente il concetto che riveste maggiore importanza nella psicologia analitica, centro e totalità nella psiche, possibilità di divenire e sentirsi un tutto: “il Sé non è soltanto il punto centrale, ma anche l’estensione che comprende la coscienza e l’inconscio” (Jung, Opere 12, p. 47).
L’attivazione del complesso o costellazione è “un processo automatico che subentra involontariamente, ed è cosa che nessuno può impedire che si verifichi” (Jung, Opere 8, p. 111); subentra ogniqualvolta l’equilibrio conscio/inconscio viene ad alterarsi.
L’espressione “si è costellati” significa quindi che “si è acquisita la predisposizione d’attesa a partire dalla quale si reagirà in maniera perfettamente definita” (ibidem) : in altre parole l’inconscio si manifesterà, di fatto evidenziando “il punto debole” in “accordo” con il Sé (che abbiamo precedentemente definito proto-programma pre-esistente) ma con il fine di promuovere una maggiore “attenzione” da parte della coscienza, un cambiamento di prospettiva, dato che nel sintomo stesso si esprimono anche “le tensioni alla guarigione del sistema ammalato” (Jung, Opere 10, p. 239) e la nevrosi, pur con tutta la sofferenza che attanaglia l’individuo “non costituisce per nulla un elemento soltanto negativo ma è anche un fattore positivo” (Jung, Opere 10, p. 238). Jung anticipa con queste affermazioni le più recenti concezioni della medicina che ipotizza nella malattia un messaggio dell’organismo, considerando il sintomo un fattore di evoluzione personale. Freud, prima di Jung, aveva sondato l’inconscio illustrando poi mirabilmente in Psicopatologia della vita quotidiana come attraverso gli atti mancati esso possa manifestarsi: Jung ha attribuito questi accadimenti psichici ai complessi e ne ha evidenziato sia la funzionalità sia l’autonomia e “la forza”, giungendo ad affermare che un complesso ci traspone momentaneamente in uno stato di illibertà, di coazione del pensiero e dell’azione, per definire il quale dovremmo ricorrere, in determinate circostanze, al concetto giuridico di limitata capacità d’intendere (ibidem p. 113). La forza del complesso sarà data dal potenziale energetico a disposizione del complesso: tale forza sarà dunque tanto più marcata quanto più la coscienza sarà “inconscia” del complesso stesso fino a giungere all’attivazione dei nuclei più profondi dato che “i complessi possono presentare tutti i gradi di autonomia ” (J.Jacoby 1957, p. 19) come é possibile osservare nei casi di schizofrenia.
Avendo precedentemente definito il setting, sia individuale che di gruppo, come archetipo, ovvero come predisposizione e fattore attivante di “una relazione che cura”, di “un campo totale di forze” in cui emergono i complessi e gli archetipi costellati secondo il progetto unico e irripetibile dato dal Sé, viene chiarendosi la prassi analitico-comparata di gruppo. Questa si avvale principalmente delle tecniche introdotte dalla psicoterapia della gestalt, tecniche che nella prassi analitico-comparata mirano principalmente alla personificazione dei complessi costellati e alla loro successiva interpretazione che ne consideri la peculiarità di subordinato/subordinante.
La personificazione dei complessi è l’attività psichica spontanea attraverso la quale ciò che è sperimentato viene personificato, diventa cioè “una persona psichica”. Come nota J.Jacoby “appartiene (…) all’essenza del complesso – come i sogni mostrano chiaramente – di poter apparire anche in forma personificata, come si può del pari osservare facilmente per esempio nelle manifestazioni spiritistiche, nello scrivere automatico e in altri fenomeni affini” (1957, p. 21). Ombra, Animus/Anima ma anche Il Super-Io, il Censore freudiano, Il Genitore, l’Adulto e il Bambino di E.Berne e così via, possono ritenersi la personificazione di concetti osservati. La personificazione ci permette anche di osservare i complessi nella loro peculiare autonomia, pur essendo inquadrati, come abbiamo visto, in un più ampio sistema gerarchico e interdipendente. Hillman in particolare, fra gli junghiani, ha approfondito il concetto di personificazione, affermando che “l’attività personificatrice, che è sempre stata fondamentale per l’immaginazione religiosa e poetica, è oggi fondamentale per l’esperienza e per la riflessione sull’esperienza della psicologia archetipica” (1975, p. 29).
Esaminiamo adesso per concludere quattro tecniche che favoriscono la personificazione del complesso costellato e la conseguente trasformazione dell’energia psichica.
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ENACTMENT:
l’enactment o messa in atto è la sottolineatura di un comportamento. Opponendosi all’acting out in cui come indica Freud “anziché riferire egli (il paziente) ‘agisce’ per così dire teatralmente davanti a ‘noi’ ” (Opere 11, p. 603) l’enactment permette di personificare il complesso costellato attraverso un’eleborazione teorica che coinvolge tutto il gruppo fino all’incarnazione del complesso stesso. -
MONODRAMMA:
il monodramma è la tecnica che più direttamente favorisce la personificazione. Il paziente mette in scena la situazione che si è costellata in lui incarnando i vari personaggi o le emozioni stesse. Il monodramma si differenzia dallo psicodramma, classico e psicoanalitico, sia per l’assenza di altri protagonisti sia per l’interpretazione della scena stessa e dell’immaginario del protagonista alla fine della rappresentazione di cui peraltro viene riconosciuta anche la funzione catartica. Lo psicodramma è altresì utilizzato ma implica comunque l’interpretazione analitica dei ruoli rappresentati e delle emozioni provate dai vari protagonisti durante “la scena” che avviene comunque in un setting definito, in assenza di pubblico e senza l’ausilio di accessori teatrali. -
AMPLIFICAZIONE:
nella psicoterapia della gestalt questo termine significa rendere apertamente chiaro ciò che traspare, esplicito l’implicito. L’amplificazione può essere raggiunta mediante “il giro di gruppo”, una tecnica che prevede la ripetizione di una formula o di un gesto a tutti i componenti del gruppo, oppure attraverso “la caricatura” in cui il paziente è invitato a esagerare il proprio comportamento o “lo specchio” in cui invece il comportamento oggetto d’analisi viene mimato da altri. Il rendere evidente ciò che è evidente solo per gli altri facilita la presa di coscienza attraverso il riconoscere cosa si è e cosa si sta veramente provando “perché ogni conoscere significa in certo qual modo un riconoscere” (Jung, Opere 9, p. 173). -
ELABORAZIONE DEL SOGNO:
con questo metodo si incarnano i diversi elementi del sogno affrontando il materiale onirico attraverso la narrazione delle singole parti, dei singoli personaggi, dei singoli oggetti, partendo dal contenuto manifesto in quanto unico dato certo. Come nota P.Adami Rook “quello che non si può negare è che se c’è un sogno, c’è una forma del sogno, ovverosia quel contenuto cosidetto manifesto che costituisce l’unico dato inconfutabile senza il quale nessuno potrebbe dire ‘ho sognato che’, e il fatto che l’umanità sogna da sempre e da sempre sogna dei fatti, non si porrebbe nemmeno come problema” (1984, p. 28).
Con la rappresentazione, con la personificazione dei complessi (la “via regia” all’inconscio per Jung) che hanno trovato espressione nelle immagini oniriche è possibile fornire un senso alle astrusità delle immagini perché “un sogno lo si comprende, come qualsiasi altro fenomeno, quando lo si può facilmente inserire – comprendere – in qualche contesto di relazioni conosciute. Allora è possibile conferirgli un senso e fornire delle spiegazioni a chiunque intendesse interrogare in proposito”. (Adami Rook 1984, p. 31).
da: http://www.vertici.it
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