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WILFRED RUPRECHT BION

Da Dr.Zambello | Agosto 21, 2008

Il Dott. Stefano Benegiamo* mi invia questo contributo teorico su Bion che volentieri pubblico. Mi sembra infatti che nonostante la complessità del tema affrontato, il Dott. Benegiamo riesca a comunicare a tutti, anche ai non addetti, alcuni concetti base sia sulla teoria di Bion che sulla psicoanalisi.

Bion riteneva che il suo pensiero fosse stato profondamente influenzato dagli avvenimenti della sua vita, perciò è interessante accennare a qualche nota biografica su di lui.

Nasce in India da una famiglia di funzionari inglesi nel 1897, qui vive i primi 8 anni della sua vita con i genitori, la governate indù e la sorella, che con il suo carattere e con la sua personalità, contribuisce a stimolare in lui l’osservazione del nuovo e dell’ignoto.

A 8 anni torna a Londra.

A 18 anni si arruola nella I Guerra Mondiale, viene insignito della Victoria Cross (massima onorificenza per un’azione in combattimento), che egli definisce una condanna a morte, per due motivi: il decorato sarebbe stato scelto per future azioni di guerra, inutili e pericolose e a sua volta avrebbe potuto ingannarsi e considerarsi coraggioso. La guerra lo prova molto, dei 250 compagni del suo corso ufficiali, oltre a lui sopravvivono solo in due.

Nel 1921 si laurea in storia e nel 1929 in medicina.

Nel 1930 inizia un’analisi con John Rickmann che completa successivamente con Melanie Klein.

Nel 1933 entra alla Tavistock Clinic e vi rimane per 15 anni.

Dal 1940 al 1945 partecipa alla II Guerra Mondiale e organizza con Rickmann i gruppi di riabilitazione occupazionale per militari.

Nel 1955 viene designato presidente del Melanie Klein Trust.

Dal 1956 al 1962 dirige la London Clinic of Psychoanalysis.

Nel 1962 viene eletto Presidente della Società Britannica di Psicoanalisi.

Nel 1968 si trasferisce a Los Angeles e organizza dei seminari in Sud America e in Europa.

Nel 1979 ritorna in Inghilterra ad Oxford e qui muore nello stesso anno. 

Il pensiero di Bion

Egli ritiene come Freud, che esista accanto ad una realtà obiettiva, una realtà psichica, l’inconscio, altrettanto inconoscibile e dotata di verità. Una realtà di tipo kantiano, “cosa in sé”, che egli esprime con il segno “O” significante sia la lettera “O” che il numero “0”. Poiché la realtà dell’ignoto ci attraversa, l’Uomo, perseguendo l’identità, è inevitabilmente impegnato al raggiungimento della verità. La verità, quindi è lo scopo della sua esistenza, allo stesso tempo essa è però irraggiungibile, perché sia nella dimensione “Inconscio” o nell’ altra ”Mondo” non ha bisogno dell’Uomo per esistere. Aggiunge l’autore che la differenza tra la verità e la bugia consiste nel fatto che l’uomo non è necessario per il pensiero vero, perché esso è tale e tale resta, mentre lo è per la bugia che ha bisogno di qualcuno che la pensi. La bugia e il suo pensatore sono quindi inseparabili (Vegetti Finzi, 1991).

Per quanto riguarda la nascita del pensiero del bambino, esso nasce nel momento in cui il bambino deve affrontare l’assenza dell’oggetto gratificante. Le emozioni e le sensazioni che egli si trova ad affrontare gli resterebbero incomprensibili se non fossero connesse, rendendole pensabili, da una cosiddetta “funzione alfa” (una funzione simbolica dell’Io). Se fallisce la funzione alfa, tali impressioni sensoriali ed emozioni rimangono elementi non digeriti, non suscettibili di pensiero. Questi contenuti non-pensieri, denominati “elementi beta”, possono avere due destinazioni: o essere espulsi attraverso l’acting out (agire) o rimanere ammassi inerti e incomprensibili. All’inizio il bambino non è in grado di elaborare gli elementi beta, li proietta sulla madre che li raccoglie e con la sua empatia, li elabora e li restituisce al bambino trasformati in elementi alfa. Se questa trasformazione non ha luogo, il bambino reintroietta i suoi elementi beta sotto forma di oggetti bizzarri (contenuti psicotici). Gli elementi beta sono perlopiù collegati ad impressioni sensoriali ed emotive dolorose, come fame, dolore e invidia. Se la funzione psichica è priva di elementi alfa non può esistere il sogno, non si potrà disporre del conscio e dell’inconscio e neppure della capacità di apprendere dall’esperienza. (U. Galimberti, 1999; S. Vegetti Finzi, 1991).

Per Bion la personalità psicotica è solo una modalità di funzionamento mentale, coesistente con altre, piuttosto che una diagnosi psichiatrica. Dal prevalere di una modalità di funzionamento mentale su un’altra saranno osservabili condotte che potranno determinare una diagnosi di nevrosi o di psicosi in senso clinico. Egli ritiene che per lo psicoanalista la diagnosi abbia un valore relativo, mentre è molto importante per psichiatri, infermieri e personale specializzato. E aggiunge che ogni individuo, anche il più evoluto, ha dei potenziali funzionamenti mentali e risposte derivanti dalla personalità psicotica, che si manifestano in forma di grave ostilità nei confronti dell’apparato mentale, della coscienza di sé e della coscienza della realtà interna  ed esterna. La parte psicotica della personalità colloca nel mondo reale ciò che la personalità non psicotica ha rimosso; l’inconscio dello psicotico sembra essere stato sostituito da un mondo di oggetti bizzarri del quale si sente prigioniero. Le difficoltà del paziente psicotico deriverebbero da un danno nella capacità di formare simboli e pensieri. Lo schizofrenico sarebbe il paziente in cui il predominio della parte psicotica appare più evidente. Egli tende a ricorrere all’azione in quelle occasioni in cui altri usano il pensiero e utilizza il pensiero onnipotente di fronte a quei problemi la cui soluzione dipende da un’azione. Un’altra interessante riflessione fatta da Bion è che quando un paziente psicotico dichiara di aver fatto un sogno, la cosa più probabile che si stia riferendo ad una allucinazione avuta durante la notte e non ad un fenomeno onirico. Un’altra caratteristica da tenere presente è la mancanza di associazioni agli elementi del “sogno” riferito.

Per quanto riguarda il trattamento, egli non fa distinzione tra pazienti nevrotici e psicotici, anche quelli con diagnosi di schizofrenia sono trattati con la sua solita tecnica psicoanalitica.

Per l’autore scopo dell’analisi è sviluppare le potenzialità del paziente rimaste coartate al suo interno avendo avuto la sventura di strutturare tutto il proprio funzionamento mentale in rapporto alle esperienze di accoglimento o di rifiuto che ha vissuto nei primissimi tentativi di rapportarsi all’altro (L.Grinberg, D.Sor, E.Tabak de Bianchedi, 1993).

Nel corso del trattamento egli invita il terapeuta ad essere senza memoria e senza desiderio, perché la memoria subisce distorsioni a causa di forze inconsce, mentre i desideri ostacolano il giudizio in quanto selezionano e sopprimono il materiale per giudicare. Per l’analista ogni seduta deve mancare di passato e di futuro (W.R.Bion 1977; L.Nissim Momigliano, 2001).

Durante la II Guerra Mondiale Bion organizza dei gruppi in un ospedale militare assieme a Rickmann per reintegrare i soldati ai loro compiti. Grazie a questa esperienza elabora la sua teoria dei gruppi (Esperienze nei gruppi 1961). Partendo dall’idea che l’uomo sia un animale gregario, egli studia l’interferenza tra le Funzioni Arcaiche Del Gruppo (assunti di base di dipendenza, attacco-fuga, accoppiamento) e il livello di funzionamento del Gruppo di lavoro, caratterizzato da Funzioni Più Mature come (il contatto con la realtà, la tolleranza alla frustrazione, il controllo delle emozioni, la capacità di comunicazione e collaborazione).

Il gruppo si trova in Assunto di Base di Dipendenza, quando è convinto di essere riunito affinché qualcuno provveda a soddisfare tutte le sue necessità e i suoi desideri.

L’Assunto di Base di Attacco Fuga, poggia sulla convinzione che esista un nemico esterno che è necessario attaccare o da cui bisogna fuggire.

L’Assunto di Base di Accoppiamento, infine si basa sulla credenza inconscia del gruppo che le necessità attuali saranno risolte in futuro da un essere non ancora nato (speranza messianica).

E’ interessante notare come gli assunti di base sono l’equivalente, per il gruppo, di fantasie onnipotenti circa il modo in cui si risolveranno i propri problemi, in modo magico. Tutti gli assunti di base sono stati emotivi tendenti ad evitare la frustrazione legata all’ apprendimento attraverso l’esperienza, apprendimento che implica sforzo, dolore e contatto con la realtà.(L.Grinberg, D.Sor, E.Tabak de Bianchedi, 1993).    

 

Bibliografia:

  1. W. R. Bion: Discussioni con Bion 1976-1977 Tr. It. Loescher, Torino 1984 
  2. Silvia Vegetti Finzi: Storia della Psicoanalisi  1991 Milano 
  3. L. Grinberg, D. Sor, E. Tabak de Bianchedi: Introduzione al pensiero di Bion  1993 Raffaello Cortina Editore. Milano 
  4. Umberto Galimberti: Enciclopedia di Psicologi 1999 Garzanti Libri s.p.a.
  5. Luciana Nissim Momigliano: L’Ascolto Rispettoso  2001 Raffaello Cortina Editore. Milano 
  6. Antonino Ferro: Evitare le emozioni, vivere le emozioni  2007 Raffaello Cortina Editore. Milano

*Dott. Stefano Benegiamo Medico Psicoterapeuta e Psicoanalista Junghiano di Lecce.

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