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	<title>Psicoterapia Junghiana &#187; Psicoterapia Junghiana</title>
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	<description>Studio Psicoterapeutico e Psicoanalitico Via Melchiorre Gioia 171 - 20125 Milano -Tel.02/6697907</description>
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		<title>LA DEPRESSIONE CREATIVA</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Dec 2011 11:08:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr.Zambello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicoterapia Junghiana]]></category>

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		<description><![CDATA[LA DEPRESSIONE CREATIVA Dal Libro Rosso di Jung alla modernità Di Paola Cerana,  Scrittrice “Andare all’inferno significa diventare inferno noi stessi”. Così scrive Carl Gustav Jung in una delle pagine del Liber Novus o Libro Rosso, quell’immenso diario, tenuto a lungo segreto, in cui l’analista affida a parole e immagini i sogni e i demoni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>LA DEPRESSIONE CREATIVA</strong></p>
<p><strong>Dal Libro Rosso di Jung alla modernità</strong></p>
<p><em><img id="il_fi" src="http://1.bp.blogspot.com/-dgSXLeZvGmM/Tse74HTr57I/AAAAAAAAAxw/c22jMRsrC0w/s1600/Simenon+Simeno+PAOLA+C.jpg" alt="" width="179" height="171" />Di Paola Cerana,  Scrittrice</em></p>
<p>“Andare all’inferno significa diventare inferno noi stessi”.</p>
<p>Così scrive Carl Gustav Jung in una delle pagine del Liber Novus o Libro Rosso, quell’immenso diario, tenuto a lungo segreto, in cui l’analista affida a parole e immagini i sogni e i demoni che animano la sua sofferta autoanalisi. E’ la fine del 1912 e sebbene la vita privata e professionale del medico sia in vertiginosa ascesa, dentro l’uomo vive una drammatica crisi esistenziale, acuita dal divorzio ideologico con Freud, crisi che sprofonderà Jung nella delirante ricerca della propria anima. Orfano di miti e mete, Jung si affida coraggiosamente agli assalti del proprio inconscio, sostenuto dal convincimento di obbedire a una volontà superiore, con la consapevolezza che la voce dell’inconscio potrà distruggerlo ma anche salvarlo. E così sarà. Jung – Giano bifronte, serio professionista di giorno e sognatore delirante di notte &#8211; affronta i propri abissi racchiudendoli in questo caleidoscopico libro, fiume impetuoso e lutulento dal sapore apocalittico. E rinasce.</p>
<p><img id="il_fi" src="http://media-public.pmm.rtsi.ch/media/object/rtsi/97150523-34b9-4ebb-9652-7e094ebaabdc/?width=320&amp;height=400" alt="" width="320" height="180" />Che significato ha, oggi, dopo un secolo di silenzio, leggere il Liber Novus? La depressione creativa, di Moretti &amp; Vitali, raccoglie le voci di alcuni tra i più autorevoli analisti e studiosi junghiani. Concertate da Ferruccio Vigna, le voci degli autori convengono sull’estrema importanza del Libro Rosso, almeno su tre piani: artistico, umano e metodologico. Dal punto di vista artistico, o estetico, il Libro Rosso aleggia tra letteratura, arte, preghiera e magia. Si abbevera di Nietsche, Musil e Voltaire, eppure è un’opera assolutamente unica. E’ un’opera aperta, come direbbe Umberto Eco, e come tale può essere una gemma di quel filone letterario che esalta la crisi dell’Io, mettendolo angosciosamente a confronto con i suoi Doppi, Multipli e Ombre. Ogni pagina resuscita la giungla di demoni, centauri, ninfe, satiri e dèi che Jung incontra prendendone le distanze, in un’ubriacatura di mitologico incanto. E’ un libro che ammalia ed emoziona attraverso pitture sognanti e miniature calligrafiche che con la loro potente simbologia elevano al sublime.</p>
<p><img id="il_fi" src="http://www.xii-box.com/working-box/immagini/pi/petroglifi/fig-18-illustrazione-libro-rosso" alt="" width="255" height="353" />Sul piano umano, il Libro Rosso è il travaglio della ricerca interiore: rappresenta la morte e la rinascita psichica di un uomo vista dal suo interno, nel suo agitato divenire. L’insegnamento umano che Jung riceve e dona, è la dolorosa necessità di affrontare in solitudine la propria vita per arrivare all’individuazione di Sé, accettando l’irrazionale per ricongiungersi armonicamente con la propria anima. Non ci sono mappe, non esistono punti cardinali, il viaggio interiore è individuale, vergine, e la rotta può essere conosciuta solo percorrendola. Da qui il significato metodologico del Libro Rosso e la sua rilevanza nella pratica clinica oggi. E’ un tesoro prezioso che documenta la nascita del sistema psicoanalitico junghiano. Qui vengono concepiti i concetti di archetipo, di inconscio collettivo, d’immaginazione attiva e di processo di individuazione. Ma non solo. L’anziano Filemone, lo psicagogo delle visioni di Jung, gli insegna cosa significhi entrare in contatto con le sensazioni più profonde dell’altro. Insegna a Jung &#8211; e ad ogni analista, indipendentemente dalla scuola d’appartenenza &#8211; cosa succede all’interno della stanza d’analisi. Analista e paziente s’inoltrano insieme in uno stato di comune incoscienza, in cui l’analista si lascia invadere dal mondo interno del paziente per favorire la sua individuazione, per permettergli di rinascere nella sua interezza.</p>
<p>In questo senso, il Libro Rosso ha un significato straordinariamente moderno dal valore etico, oltre che storico e culturale. In un tempo in cui l’Anima sembra essere sconsacrata, il Libro Rosso rivela come la psicoterapia non sia solo una pratica circoscritta alla cura della malattia ma anche uno strumento per lo sviluppo superiore della personalità. L’affascinante inferno, la depressione creativa di queste pagine, è il prototipo del processo d’individuazione, un processo accessibile a chiunque. Il Libro Rosso è, dunque, il libro della Rivelazione e della Rinascita spiritual e. Ciò che ha permesso a Jung di affermare: “Una cosa ho imparato, ossia che questa vita va vissuta.”</p>
<p>Dalla Rivista LEGGERE: TUTTI</p>
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		<title>Psicoterapia e spiritualità</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Jul 2011 05:28:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr.Zambello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicoterapia Junghiana]]></category>

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		<description><![CDATA[  La scorsa settimana a Wels, una cittadina austriaca nel pressi di Linz, si è svolto un congresso dell’associazione austriaca di Analisi Transpersonale. Il Convegno ha raccolto più di duecento psicoterapeuti impegnati professionalmente in questa prospettiva, che cerca di applicare alla psicoterapia classica la dimensione spirituale con una notevole influenza da parte di tradizioni spirituali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong></p>
<p><img id="il_fi" src="http://www.frankspring.com/images/art/fallen.jpg" alt="" width="510" height="383" /></p>
<p>La scorsa settimana a Wels, una cittadina austriaca nel pressi di Linz, si è svolto un congresso dell’associazione austriaca di Analisi Transpersonale. Il Convegno ha raccolto più di duecento psicoterapeuti impegnati professionalmente in questa prospettiva, che cerca di applicare alla psicoterapia classica la dimensione spirituale con una notevole influenza da parte di tradizioni spirituali asiatiche, particolarmente buddhismo ed induismo.</p>
<p>Questa assemblea cercava di concentrarsi, in particolare, su patologie sempre più ricorrenti, provocate da traumi bellici, tortura, scontri violenti e criminalità di diverso tipo. Da più di un anno ero stato invitato a presentare un intervento su “Spiritualità della fratellanza universale”. La psicoterapeuta che mi aveva contattato aveva insistito, nel corso dei vari scambi preliminari, che l’intervento parlasse in modo chiaro di spiritualità.</p>
<p>La cosa mi ha sorpreso, sia per aver studiato nei miei anni di università un interessantissimo corso di psicoanalisi, sia per la coscienza di sapere che, come di fatto ha sottolineato uno degli intervenuti, la religione in psicologia e psicoterapia è sempre stata o esclusa o resa patologica.</p>
<p>In effetti mi sono reso conto di quanto interesse ci sia e quanto desiderio per una vera dimensione spirituale. D’altra parte lo stesso Jung aveva affermato: «Sono stato contattato da clienti provenienti da tutte le parti del mondo e, senza eccezione, non ne ho trovato uno che non avesse un problema fondato sul suo atteggiamento personale nei confronti della religione, del rapporto con il trascendente e con la dimensione del trascendente. Tutti si ammalano per aver perso questo collegamento che in passato era assicurato dalla vita delle diverse religioni».</p>
<p>Per quanto interessante l’analisi di Jung non avrebbe la validità che merita se non si considera la conclusione alla quale arriva: «Nessuno può essere guarito se non riesce a raggiungere un atteggiamento religioso».</p>
<p>Si può senza dubbio discutere sul significato che ognuno attribuisce al termine spiritualità, ma il fatto indubitabile è che anche gli ambiti della psicologia si stan sempre più rendendo conto dell’importanza di quella dimensione, forse troppo presto messa da parte in nome dell’uomo moderno.</p>
<p>Roberto Catalano</p>
<p>da: http://www.cittanuova.it   </p>
<p><a href="http://youtu.be/fXlhyX6T-IU">http://youtu.be/fXlhyX6T-IU</a></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
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		<title>L&#8217;importanza dei paesaggi dal punto di vista psicologico</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Jan 2011 10:18:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr.Zambello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicoterapia Junghiana]]></category>

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		<description><![CDATA[Mai come in questa epoca il territorio italiano è stato così martoriato dal cemento. Nemmeno ai tempi del boom economico del secondo dopo guerra. Da semplici materiali per la ricostruzione, il cemento e l’asfalto sembrano essere diventati oggi simboli di una umanità che ha perso ogni riferimento al mondo dell’anima. Essi costringono quel super-organismo che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img id="il_fi" src="http://www.mariocolombelli.it/dipinti%20-%20realizzati/Paesaggio%207.jpg" alt="" width="486" height="339" />Mai come in questa epoca il territorio italiano è stato così martoriato dal cemento. Nemmeno ai tempi del boom economico del secondo dopo guerra. Da semplici materiali per la ricostruzione, il cemento e l’asfalto sembrano essere diventati oggi simboli di una umanità che ha perso ogni riferimento al mondo dell’anima. Essi costringono quel super-organismo che è Gaia, la Terra, e hanno all’incirca la stessa funzione dei giubbetti di contenzione che si mettevano ai cosiddetti “malati di mente” nei manicomi. Come se l’uomo, armato del potere tecnologico, avesse ingaggiato una sorta di ottuso braccio di ferro con la Natura. Solo che la forza di Gaia è infinitamente maggiore e più pericolosa per il sistema rispetto a quella dei pazienti psichiatrici. L’ipotesi Gaia di James Lovelock, uno dei padri della moderna scienza dei sistemi complessi, prende qui tutto il suo senso. Dal punto di vista sistemico è corretto affermare che il nostro pianeta possa reagire, anche in maniera drastica, all’aggressione dei suoi abitanti umani, così come farebbe qualunque organismo biologico insidiato da agenti infettivi o parassitari. Molti problemi ecologici, in particolare modo in ambito climatico, possono essere intesi in questo senso [1]. I terremoti e le esondazioni dei fiumi, per esempio, distruggono le costruzioni di cemento armato, ma non le più snelle abitazioni dei popoli tribali sistemate con cura e rispetto in zone meno a rischio. I fenomeni naturali hanno un’anima che il solo calcolo razionale non riesce a circoscrivere totalmente. Pertanto, la nostra “logica dell’abitare” il mondo risulta fondamentalmente sbagliata. Oltre che fortemente rischiosa.</p>
<p>Ma l’approccio scientifico sembra molto meno efficace per spiegare gli effetti che le forme naturali e i paesaggi in genere producono sulla psiche umana. Gli studi del sociologo Peter Groenewegen dell’Università di Utrecht, per esempio, hanno evidenziato che la sola esposizione alla Natura tende ad aumentare la sensazione di benessere psicofisico e che l’esercizio fisico svolto in ambiente naturale fornisce migliori risultati di quello svolto in palestra. Queste ricerche si limitano a registrare dei dati che però non trovano spiegazione scientifica convincente.</p>
<p>Lo stesso discorso è applicabile alle motivazioni che hanno portato alla costituzione della convenzione europea sulla tutela dei paesaggi il cui Articolo 5.a impegna le Parti contraenti a “(&#8230;) riconoscere giuridicamente il paesaggio in quanto componente essenziale del contesto di vita delle popolazioni, espressione della diversità del loro comune patrimonio culturale e naturale e fondamento della loro identità”.</p>
<p>E’ la prima volta che un documento di tale importanza, ratificato da molte nazioni europee ma soltanto sottoscritta dall’Italia, riconosce giuridicamente un legame diretto tra l’identità culturale (quindi una parte della psiche) e la specificità dei paesaggi che fanno da contorno alla vita degli individui e in cui questi, evidentemente, si riconoscono. Attualmente le ragioni che ritardano l’adeguata assimilazione di questa direttiva sovra-nazionale sono di natura economica e culturale. Riconsiderare il valore dei beni naturalistici vorrebbe dire essere un paese fondamentalmente moderno che si è lasciato alle spalle o che comunque ha preso le distanze da un tipo di economia che subordina ogni operazione al mero profitto. Ma l’ormai “ex-Bel Paese” non è una nazione moderna in questo senso. Esso assomiglia molto più a quei paesi che, pur di uscire dal cosiddetto “sottoviluppo”, attuano politiche economiche del tutto incompatibili con le esigenze dell’ambiente, sperperando in quel modo una parte importante del loro eco-capitale. Gli elementi cardini dell’economia italiana, il mattone e il bullone (ai quali andrebbe aggiunto almeno l’agricoltura intensiva), sono dei più deleteri per l’ambiente e distruttivi per i paesaggi. Quindi anche per l’anima. Oggi, dalla pianura padana ai monti dell’Appennino e delle Alpi, gli scorci di paesaggi rimasti più o meno intatti sono rarissimi. Tra capannoni, stalle moderne, strade, circonvallazioni, antenne e ripetitori le macchie grigie e nere che si possono notare compiendo un semplice sorvolo aereo della penisola appaiono privi di soluzione di continuità. E tra poco è probabile che persino i crinali dei monti diano luogo a sfilze di enorme pale eoliche per la produzione di una energia della quale la stragrande maggioranza della gente non sa che fare.</p>
<p>Un approccio atto a migliorare la comprensione del legame che unisce Psiche e Natura (e in particolare identità e paesaggio) è sicuramente quello della psicologia animistica [2]. Nell’animismo, infatti, i mondi interiore ed esteriore si fondano sapientemente, grazie anche al vaglio di una cultura millenaria tramandata da generazione in generazione e imperniata sul recupero e l’approfondimento del rapporto con l’inconscio tramite la sua proiezione/percezione nella Natura. Il che implica una particolare forma di dilatazione dell’ego e un rapporto più sentito con la Natura stessa e i suoi luoghi. Sentirsi animisticamente parte di un paesaggio, come succede per esempio agli indios dell’etnia Huichol del Messico, per i quali la visione del proprio volto riflesso nelle montagne della Sierra sancisce la fine del loro rito iniziatico, dipende proprio dalla buona riuscita di una simile esperienza di dilatazione egoica. In quei particolari momenti, l’Io si immerge nell’inconscio, percependo le proprie radici e cogliendo il senso della sua esistenza. Un&#8217;altra forma, più attenuata, di dilatazione psichica è quando i membri tribali si percepiscono nelle altre entità circostanti, come per esempio in un animale selvatico [3]. Certo, queste pratiche e percezioni sono molto distanti dalla nostra cultura moderna. Non lo sono però dal nostro inconscio che continua a funzionare secondo modalità animistiche [4]. Inoltre, troviamo tracce di esperienze affini anche nella nostra cultura, in particolare nella mistica, nella psicoanalisi junghiana e nella poesia. Fu appunto il poeta Romain Rolland a coniare la felice espressione “sentimento oceanico” per indicare quella operazione di fusione dell’Io con il paesaggio, espressione che deve avere ispirato anche altri grandi pensatori, come per esempio il saggio indiano Osho il cui nome consiste appunto nell’abbreviazione della parola “oceanic”. Questo genere di esperienza tende ad indicare che in qualche modo ognuno di noi è al tempo stesso goccia e oceano e acquista la propria individualità nel momento in cui affiora in superficie e si manifesta come onda [5]. Quel paesaggio particolare nel quale gli indios si riconoscono in modo così intenso diventa anche il luogo dove le loro anime andranno a finire dopo la morte fisica e da dove continueranno ad influire sulle anime dei vivi in un ciclo continuo di scambi tra esistenza terrena e esistenza spirituale. Moltissimi luoghi naturali sono percepiti dai popoli animisti di ogni parte del globo e di ogni epoca come impregnati di particolare energia spirituale di volta in volta chiamata con nomi diversi, come per esempio “mana” nel caso di alcune tribù indonesiane, o “payé” per certi etnie amazzoniche. Questo, perché in quei luoghi tendono a manifestarsi eventi che coinvolgono l’inconscio. Sono luoghi propizi all’ispirazione di poeti e innamorati, luoghi di raccoglimento delle proprie energie, che mettono in moto dinamiche di riequilibrio della personalità, luoghi che fanno da supporto alle trasformazioni interiori o semplicemente legati alla memoria di eventi passati…<span id="more-245"></span></p>
<p>Da queste poche considerazioni si può già intuire l’enorme importanza che i paesaggi hanno dal punto di visto psicologico. Purtroppo però, esse risultano anche palesemente incompatibili con le esigenze dell’economia così come è concepita. Occorrerebbe davvero trovare il coraggio di guardare in faccia il nostro sistema economico e di coglierne i tremendi paradossi. Tutta la nostra economia è purtroppo subordinata alla logica del profitto e quindi allo sfruttamento dell’Altro, il che non può che produrre guerra e distruzione. Eppure, per uno di quei strani effetti del linguaggio, basta pronunciare la magica parola “economia” perché immediatamente si sottintenda “felicità”. Pertanto, finché non usciremo da queste trappole linguistiche e continueremo a sottostare religiosamente ai valori di Economia non ci sarà posto per una vera integrazione dell’inconscio e quindi nemmeno per una adeguata considerazione di quei tradizionali specchi dell’anima che sono i paesaggi.</p>
<p>Note</p>
<p>1. Vedi per esempio Joel De Rosnay, L’homme symbiotique</p>
<p>2. La “psicologia animistica” è un nuovo approccio antropopsicoanalitico ispirato all’animismo. Vedi A. Fratini, La religione del dio Economia, CSA Editrice, Crotone 2009</p>
<p>3. Probabilmente è questo il senso della bellissima sequenza finale del film L’orso di J.J. Anaud, quando il protagonista rinuncia a sparare all’animale che in un precedente faccia a faccia gli aveva risparmiato la vita.</p>
<p>4. Tesi che ho sostenuto e argomentato nel mio libro La religione del dio Economia (CSA Editrice, Crotone 2009).</p>
<p>5. E’ interessante notare che anche l’essenza più profonda della realtà materiale presenta questo duplice aspetto visto che i quanti non sono concepiti come entità separate, ma collegate ad uno stesso campo quantistico. Questi è concepito come una entità che esiste in ogni punto dello spazio e che regola la creazione e l&#8217;annichilazione delle particelle.</p>
<p>di:Antoine Fratini</p>
<p>da: www.vertici.it</p>
<p><strong><em>Commento del Dott. Zambello</em></strong></p>
<p><strong><em>Scriveva Umberto Galimberti nel  2004  e  riprendeva il tema  una settimana fa sempre su &#8220;Repubblica&#8221;  rispondendo ad una domanda di un lettore: &#8220;Abbiamo chiamato &#8220;madre&#8221; la natura nel tentativo di propiziarcela e abbiamo dimenticato che la natura è semplicemente indifferente alle vicende umane. Come dice il Tao Te Ching al capitolo quinto: &#8220;Il cielo e la terra sono inumani: trattano i diecimila esseri come cani di paglia&#8221;. Ma che ce ne facciamo della sapienza antica noi, uomini della tecnica, che pensiamo, con i nostri dispositivi, di dominare il mondo? Questo delirio di onnipotenza ci rende immemori e ci fa dimenticare che le sorti dell&#8217;uomo non sono nelle sue mani e neppure sono protette dallo sguardo benevolo di un Dio, ma custodite nel segreto inaccessibile di una natura che Goethe, in un suo saggio sulla natura del 1783 descrive come una folle danzatrice che nella sua danza sfrenata perde gli uomini che gli sono aggrappati senza fedeltà e senza memoria&#8230;.&#8221; </em></strong></p>
<p><strong><em>Questa notte ho sognato che ero nella mia casa natale, in campagna, nel basso Veneto. Era una casa grande, rurale, rimasta per decenni in bilico tra il 1800 e il  &#8217;900. Per circa dieci anni non avevamo né luce né acqua in casa. Sono cresciuto, come i miei 20 cugini con i quali condividevo l&#8217;enorme spazio dove si inventavano i giochi, affrontando la selezione naturale. Li, in quella casa, questa notte, erano con me due vivacissimi cagnolini, uno nero ed uno grigio che correvano come pazzi, senza limiti, né io percepivo pericoli. Improvvisamente, da distante vedo due macchine che si girano nel cortile, in fondo, la dove erano anche i miei cani. Le macchine sfrecciano veloci, se ne vanno senza rallentare. Provo una sensazione di angoscia, corro, non ci sono più i miei cani.  Spariti. Non li troverò più.</em></strong></p>
<p><strong><em>No, ora ho capito,  nessuna tecnologia, nessuna macchina potrà mai  giustificare, compensare la &#8220; perdita dei miei cagnolini&#8221;.</p>
<p></em></strong></p>
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		<title>SINCRONICITA&#8217; e Caso, coincidenze significative, Carl Gustav Jung e Wolfgang Pauli</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Jun 2010 06:53:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr.Zambello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicoterapia Junghiana]]></category>

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		<description><![CDATA[  &#8220;Non dubito che la psiche concreta contenga immagini che chiariscano il segreto della materia. Si può rendersi conto di queste relazioni nei fenomeni sincronici e nella loro a-causalità. Attualmente, questi fenomeni non sono ancora che vaghe idee, ed è al domani che è riservato il compito di raggruppare esperienze che facciano un po&#8217; di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> </p>
<p><img src="http://4.bp.blogspot.com/_nSr9ChyTF_A/SaExXbpTOJI/AAAAAAAAAlM/dpr5kAMdHSo/s400/salvador-dali-three-sphinxes-of-bikini.jpg" alt="" /></p>
<p>&#8220;Non dubito che la psiche concreta contenga immagini che chiariscano il segreto della materia. Si può rendersi conto di queste relazioni nei fenomeni sincronici e nella loro a-causalità. Attualmente, questi fenomeni non sono ancora che vaghe idee, ed è al domani che è riservato il compito di raggruppare esperienze che facciano un po&#8217; di luce su questa incertezza.&#8221;</p>
<p>Sulle prime potrebbe sorprendere vedere che sia stato Pauli a essersi occupato intensivamente, in modo teorico, della psicologia del profondo di Jung. Pauli &#8211; il razionalista e l&#8217;inesorabile fisico dallo spirito critico, soprannominato dai suoi colleghi &#8220;la coscienza vivente della fisica teorica&#8221; o ancora &#8220;il terribile Pauli.&#8221; Però, il &#8220;problema psicofisico&#8221; è sempre stato tra i suoi particolari obiettivi di interesse. In una lettera a Markus Fierz datata novembre 1949 Pauli scriveva:</p>
<p>&#8221; &#8230; la possibilità delle leggi della natura mi è sempre sembrata fondarsi sulla COINCIDENZA ARCHETIPICA delle nostre aspettative (psichiche) con un fenomeno naturale esteriore (fisico). Per l&#8217;organizzatore astratto, la distinzione &#8220;fisico-psichico&#8221; non esiste affatto. A questo proposito, mi sembrerebbe che il &#8220;pensiero scientifico&#8221; sarebbe soltanto un caso particolare tra possibilità più generali.</p>
<p>1. Prime idee di Jung sulla sincronicità</p>
<p>Gli studi di Jung sui &#8220;fenomeni inesplicabili&#8221; sono cominciati nel 1902 con la sua dissertazione &#8220;Psicopatologia dei fenomeni cosiddetti occulti&#8221; e sono connessi all&#8217;interpretazione archetipica della sincronicità. Secondo questa interpretazione, l&#8217;archetipo alla base dei fenomeni di sincronicità sarebbe un coordinatore della realtà psichica e materiale dove la coordinazione si sviluppa secondo il loro significato comune. Jung considera la psiche e la materia come due aspetti di una &#8220;unità&#8221; non divisa, che è inaccessibile per via diretta:</p>
<p>&#8220;Allo stesso modo in cui la psiche e la materia sono contenute in un solo e medesimo mondo, si trovano, inoltre, in contatto permanente e sono supportate &#8211; in ultima analisi &#8211; da fattori trascendenti INCOMPRENSIBILI; infatti, è possibile, e anche molto probabile, che la materia e la psiche siano due aspetti differenti della STESSA E UNICA COSA. I fenomeni sincronici mi sembrano volgere in questo senso : il &#8220;non psichico&#8221; potrebbe comportarsi come il &#8220;psichico&#8221;, e viceversa, senza che vi sia una relazione causale fra loro.&#8221;</p>
<p>Le concezioni di Jung si distinguono per principio da quelle di Freud, in particolare in relazione all&#8217;autonomia dell&#8217;incosciente, che [Jung] ha poi nominato la &#8220;realtà dell&#8217;anima&#8221;. Contrariamente a Freud, Jung si interessava soprattutto ai &#8220;grandi sogni&#8221; che hanno un significato NUMINOSO e nei quali si trovano dei contenuti simbolici i quali si incontrano spesso nella storia dell&#8217;umanità, come dei motivi mitologici o delle immagini primordiali che Jung, nelle sue prime opere, qualificava come &#8220;archetipiche.&#8221;</p>
<p>Il concetto di &#8220;principio sincronico&#8221; apparve molto discretamente, per la prima volta, in un elogio funebre per Richard Wilhelm nel Neuen Zürcher Zeitung del 6 marzo 1930:</p>
<p>&#8220;La scienza dell&#8217; &#8216;Yi King&#8217; non è basata sul principio di causalità ma su un principio che non è stato ancora nominato &#8211; perchè non appare nella nostra cultura &#8211; che chiamo provvisoriamente il PRINCIPIO SINCRONICO. Il mio lavoro con la psicologia dei fenomeni dell&#8217;inconscio mi ha costretto, già diversi anni fa, a cercare un altro principo esplicativo, perchè il principio di causalità mi è apparso insufficiente per spiegare certi strani fenomeni della psicologia dell&#8217;inconscio.&#8221;</p>
<p>Nelle sue Tavistock Lectures del 1935, Jung risponde a una domanda sul parallelismo psicofisico:</p>
<p>&#8220;Il corpo e lo spirito sono due aspetti dell&#8217;essere umano, e ciò è tutto ciò che noi sappiamo. Per questa ragione preferisco dire che le due cose sopravvengono assieme in un modo misterioso restandone qui, perchè non si può immaginare le due cose come una sola. Per il mio uso personale, ho concepito un principio che deve mostrare questo fatto di &#8220;essere assieme&#8221;, affermo che lo strano principio della sincronicità agisce nel mondo quando certe cose si producono in un modo più o meno simultaneo. comportandosi come se fossero la stessa cosa, pur non essendo tali dal nostro punto di vista.&#8221;</p>
<p>&#8220;L&#8217;Oriente fonda il suo pensiero e la sua valutazione dei fatti su un altro principio. Non c&#8217;è nemmeno una parola che rifletta questo principio. L&#8217;Oriente ha certo una parola per questo, ma noi non la comprendiamo. La parola orientale è TAO&#8230;Io utilizzo un altra parola per nominarla ma è abbastanza povera. Io la chiamo SINCRONICITA&#8217;.&#8221;</p>
<p>La sincronicità, secondo Jung, si riferisce a degli avvenimenti dove succedono cose nella realtà esterna che sono in corrispondenza significativa con un&#8217;esperienza interiore. I fenomeni sincronici sono delle coincidenze significative dove lo spazio e il tempo appaiono come delle grandezze relative. &#8220;Sincronicità&#8221; non vuol dire &#8220;nello stesso tempo&#8221; ma &#8220;con lo stesso senso&#8221;. La parte del fenomeno sincronico che si produce nella realtà esterna è percepita dai nostri sensi naturali. L&#8217;oggetto della percezione è un avvenimento oggettivo. Però Jung scrive:</p>
<p>&#8220;Eppure resta un avvenimento inesplicabile, perchè nelle condizioni dei nostri presupposti psichici, non ci si aspettava la sua realizzazione.&#8221;</p>
<p>Naturalmente, la sincronicità non è una spiegazione, è, in primo luogo, il fatto di dare un nome ai fatti empirici che suggeriscono l&#8217;esistenza delle COINCIDENZE SIGNIFICATIVE. Jung ha sottolineato come, per ciò che riguarda la sincronicità, il principale ostacolo risiede nel fatto di vedere la sua causa nel soggetto mentre, dal mio punto di vista, la causa si trova nella natura dei processi oggettivi.&#8221;</p>
<p>I fenomeni sincronici rimettono in questione il concetto fisico di OGGETTO, così come il concetto classico di SPAZIO e di TEMPO, e riguardano, quindi, anche i fisici interessati alle questioni filosofiche.</p>
<p>Jung si trascinò per anni le sue idee sulle &#8220;coincidenze significative&#8221;senza dare loro una forma definitiva; [inoltre] ha esitato per molto tempo prima di presentarle al pubblico. Dopo una conversazione con Pauli, nel novembre 1948, i due hanno iniziato uno scambio di lettere intensivo, nel quale Pauli ha incoraggiato Jung a redigere i suoi pensieri sulla sincronicità. Nel giugno 1949 Jung inviò a Pauli una bozza &#8220;circondata dappertutto da punti interrogativi&#8221; perchè la esaminasse in modo dettagliato. Pauli ha poi vivacemente preso parte all&#8217;ulteriore perfezionamento del concetto junghiano di sincronicità. Nei loro scambi di lettere (parzialmente) pubblicati, esce fuori come sia stata essenziale la critica costruttiva di Pauli. La versione definitiva di Jung è stata il risultato di molte revisioni &#8211; ispirate dai commenti critici di Pauli &#8211; ed è apparsa nel 1952 col titolo &#8220;La sincronicità come principio di relazioni acausali&#8221; in un volume pubblicato assieme a Pauli e intitolato &#8220;Spiegazione della natura e della psiche.&#8221; Quest&#8217;ultimo non è affatto un&#8217;opera completa di descrizione e delucidazione di questi argomenti complessi&#8221;, come è sottolineato da Jung nella prefazione da lui scritta, &#8220;ma unicamente uno studio per sollevare il problema.&#8221;</p>
<p>Secondo Jung, i fenomeni sincronici si comportano come delle casualità ripiene di senso. Sono caratterizzati dalla coincidenza &#8211; portatrice di significato &#8211; di un fenomeno fisico oggettivo, con un avvenimento psichico, senza che si possa immaginare una ragione o un meccanismo causale [tra essi]. Jung ha incluso, tra gli esempi di coincidenze significative, la telepatia, pratiche divinatorie come gli I &#8211; King, oltre alla tecnica d&#8217;interpretazione dell&#8217;astrologia, come anche gli effetti secondari spesso osservati in caso di decesso: un orologio si ferma, una foto casca dal muro, un vetro si spacca. L&#8217;esistenza di avvenimenti sincronici è spesso messa in dubbio, poichè sono rari o eccezionali. L&#8217;argomento più convincente sulla loro realtà è una tradizione millenaria e &#8211; in ultima analisi &#8211; la sola valida: la propria esperienza personale.</p>
<p>I fenomeni sincronici perdono molto del loro potere di convinzione quando sono semplicemente raccontati. Essi hanno una qualità NUMINOSA di esperienza, cosicchè è necessario sperimentarli di persona. La sola cosa che conta [in questi casi] è l&#8217;emozione viva e improvvisa generata [dall'esperienza sincronica]. Una discussione di questi fenomeni soggettivi scompagina le carte della scienza tradizionale, cosiddetta &#8220;oggettiva&#8221; però mai quelle di un esame serio [al riguardo]. Gli avvenimenti sincronici autentici hanno un carattere NUMINOSO [quindi personalissimo] e non è sempre facile divulgarli. Per non disperdere del tutto il concetto di sincronicità, si potrebbe considerare di restringerlo agli avvenimenti [davvero] senza precedenti e scioccanti.</p>
<p>2. Wolfgang Pauli e la sincronicità</p>
<p>Pauli era ricettivo alle idee di Jung sulle &#8220;coincidenze significative&#8221; soprattutto per due ragioni: innanzitutto, egli era preparato filosoficamente. Lo studio di Schopenhauer Il senso del destino, speculazione trascendente sull&#8217;intenzionalità apparente nel destino di un individuo, ha avuto su Pauli &#8220;un effetto di interesse duraturo e sembra averlo preparato per un futuro cambiamento nelle scienze fisiche e naturali.&#8221; Nel suo importante articolo del 1956, La scienza e il pensiero occidentale, Pauli scrive : &#8220;La vecchia questione di sapere se, in presenza di certe condizioni, lo stato fisico dell&#8217;osservatore potrebbe influenzare lo sviluppo del mondo materiale [esterno all'osservatore] non ha posto nella fisica attuale. La risposta era evidentemente affermativa per gli antichi alchimisti. Nel secolo XVIII, uno spirito critico come il filosofo Arthur Schopenhauer, ottimo conoscitore e ammiratore di Kant, ha considerato nel suo studio &#8220;Magnetismo animale e magia&#8221; che gli effetti &#8211; cosiddetti &#8211; magici erano ampiamente possibili e gli ha interpretati &#8211; nella sua terminologia particolare &#8211; come &#8220;influenze dirette della volontà che vanno oltre i limiti dello spaziotempo&#8221;. D questo punto di vista, non si può dire che delle ragioni filosofiche a priori siano sufficienti per rifiutare immediatamente simili possibilità.&#8221;</p>
<p>Ma l&#8217;interesse che portò Pauli alle &#8220;coincidenze significative&#8221; non era puramente accademico. Da giovane, Pauli era caratterizzato da una mentalità razionale estremamente specializzata, per via della quale ha poi incontrato serie difficoltà all&#8217;età di trent&#8217;anni. Nell&#8217;agosto 1934, scrisse al suo collega e amico Ralph Kronig:</p>
<p>&#8220;Dopo essere caduto in depressione nell&#8217;inverno 1931/32, ho cominciato lentamente a risalire la china. Ho quindi incontrato degli avvenimenti psichici che non conoscevo affatto prima d&#8217;allora e che chiamerei semplicemente L&#8217;ATTIVITA&#8217; PROPRIA DELL&#8217;ANIMA. E&#8217; per me indubitabile come vi siano cose che si sono sviluppate spontaneamente e che possono essere definite come SIMBOLI ; qualcosa di psichico e obiettivo allo stesso tempo, che non può essere spiegato da cause materiali.&#8221;</p>
<p>Questa sua crisi psicologica condusse Pauli a contattare Jung nel 1930, il quale lo affidò alle cure della giovane dottoressa Erna Rosenbaum, una debuttante nell&#8217;ambito [psicologico - psicanalitico]. Durante questa analisi di cinque mesi, e nel corso dei tre anni che seguirono, Pauli ha prodotto senza alcuna influenza diretta di Jung all&#8217;incirca 1500 sogni, dai contenuti archetipici sorprendenti.</p>
<p>Si può ricavare qualche informazione su questa attività propria dell&#8217;anima, come diceva Pauli, all&#8217;interno della monumentale opera di Jung, &#8220;Psicologia e alchimia.&#8221;</p>
<p>Pauli ha spesso fatto l&#8217;esperienza &#8211; come tutte le persone che hanno un&#8217;attività creatrice &#8211; di relazioni misteriose tra il suo lavoro sui problemi della fisica teorica e l&#8217;attività animistica incosciente. Aggiungiamo a questo come Pauli sia stato perseguitato, durante tutta la sua vita, da fenomeni molto strani &#8211; ciò che si è soprannominato &#8220;EFFETTO PAULI&#8221;. Si tratta del fatto che &#8211; confermato da fonti sicure &#8211; gli strumenti di misura avevano periodicamente delle perturbazioni o non funzionavano quando Pauli faceva irruzione all&#8217;interno di un laboratorio.</p>
<p>Simili effetti potrebbero essere considerati come una manifestazione del rovescio della medaglia riguardante il fisico teorico [in questione]. Pauli non era in buone relazioni con l&#8217;ingegneria; non aveva una buona manualità percepiva come inquietante e minaccioso il mondo della tecnologia. Questo stato di tensione i suoi colleghi lo percepivano bene, e tutti erano convinti che effetti &#8220;misteriosi e inquietanti&#8221; fossero emanati da Pauli.</p>
<p>Racconta il suo collega Markus Fiers:</p>
<p>&#8220;Anche specialisti della fisica sperimentale &#8211; persone obiettive e realiste &#8211; condividevano l&#8217;opinione secondo cui era proprio Pauli che emanava questi effetti strani. Per esempio, si credeva che la sua semplice presenza dentro un laboratorio generava un sacco di problemi nella conduzione di un esperimento: rivelava, diciamo così, la malignità delle cose. Era questo L&#8217; &#8220;Effetto Pauli&#8221;. Per questa ragione, il suo amico Otto Stern, il celebre &#8220;artista dei fasci molecolari&#8221;, non l&#8217;ha mai lasciato entrare nel suo istituto. Non è affatto una leggenda, conoscevo benissimo Stern così come Pauli! Anche Pauli credeva assolutamente ai suoi effetti. M&#8217;ha raccontato come percepisse le sventure in anticipo nella forma di una spiacevole tensione e che, se poi il disagio preconizzato avveniva davvero, si sentiva bizzarramente libero e sollevato. Si può insomma considerare l&#8217; &#8216;Effetto Pauli&#8217; come un fenomeno sincronico.&#8221;</p>
<p>da: http://www.rossanosegalerba.splinder.com        </p>
<p><strong><em>Commento del Dott. Zambello</em></strong>  </p>
<p><strong><em>Anni fa, molti, seguivo in analisi un ragazzo bordeline. Era un angosciato in una struttura ossessiva con forti caratteri di narcisismo patologico. Viveva continuamente proiettato in fantasie onnipotenti che chiaramente gli creavano frustrazioni e alimentavano la sua angoscia. Tutto ciò nasceva da un Io molto debole che lo mettevano continuamente in contatto con l&#8217;inconscio. Era come non esistesse una vera struttura dell&#8217;Io. Nonostante ciò, una buona intelligenza ed un Super-Io molto sviluppato gli permetteva di avere una vita sociale apparentemente normale. Volendo semplificare in una metafora, diremmo che quel ragazzo era una corazza, sufficientemente forte entro la quale però si sprofondava quasi direttamente nell&#8217;inconscio. Perché vi racconto questo? Perché, proprio quel ragazzo, era continuamente oggetto, testimone, di fenomeni sincronici.</em></strong></p>
<p><strong><em>Il suo stesso linguaggio, l&#8217;approccio interpersonale che metteva in atto sin dal primo incontro, era un linguaggio prevalentemente empatico: ti entrava dentro, tendeva fortemente alla fusionalità. Quando lo incontrai la prima volta, avvertii immediatamente che mi stava &#8220;leggendo dentro&#8221; che fra me e lui non vi era più spazio. Certamente una situazione di forte sofferenza psichica. E&#8217; stata in effetti una analisi lunga difficile dalla quale peraltro é uscito bene. Durante il periodo in cui l&#8217;Io non era ancora sufficientemente strutturato ricordo, mi portò numerosi episodi, a volte anche eclatanti che definiremo: sincronicità. Ne riporto uno: ritornava un giorno, era domenica sera di tardo autunno, quasi le 19, in macchina dal paese della casa paterna, da un&#8217;altra Regione d&#8217;Italia. Il mio paziente si era trasferito da poco a Milano e oltre a non conoscere bene la città non era neanche molto sicuro nella guida. Mancava poco più di un&#8217;ora al momento in cui avrebbe dovuto prendere servizio come portiere di notte in albergo sito in una via a senso unico in zona Porta Romana. Pressoché alle 19 stava percorrendo l&#8217;autostrada Venezia Milano e si rende conto di non conoscere la strada ma &#8220;voleva assolutamente&#8221; arrivare in tempo a prendere servizio alle 20. Capisce che non ce la poteva fare. Decide di uscire a Monza e di &#8221; lasciarsi andare&#8221;. Esce dall&#8217;Autostrada, ricorda che c&#8217;era un po&#8217; di nebbia e comincia ad &#8220;andare a caso&#8221;. Alle 20 meno qualche minuto é davanti all&#8217;albergo. Ho provato più volte fare quel percorso che conosco bene e,  non ci ho mai messo meno di un&#8217;ora e mezza. Cosa è presumibilmente successo? Il mio paziente, in quella situazione di ansia, necessità del Super-Io, é sprofondato del suo inconscio, si é lasciato guidare da lui, recuperando tutte le conoscenze che certamente aveva incamerato nei precedenti percorsi e ha ottenuto il risultato voluto. Puro fenomeno sincronico. Esempio direi, clinicamente interessante, di come funzioniamo. Tanto più siamo fragili a livello dell&#8217;Io, tanto più  é possibile che si manifestino fenomeni come quello che vi ho appena raccontato.  </em></strong></p>
<p><strong><em>Ci sono subito alcune osservazioni da fare. La prima é che non sempre ad una debolezza dell&#8217;Io corrisponde una produzione di fenomeni sincronici, la seconda é che al miglioramento clinico, inevitabilmente corrisponde una, momentanea, limitazione di questi. Momentanea, perché é verosimile che nell&#8217;evoluzione verso la realizzazione del Sé, quella che Jung chiamava Individuazione, l&#8217;uomo e per mia  fortuna ne ho incontrati tanti, raggiunge una stato dove l&#8217;equilibrio tra Io e l&#8217;Inconscio é tale che gli permette di &#8221; utilizzare&#8221; i fenomeni sincronici che da quel momento vengono chiamati  &#8220;Miracoli&#8221;.</em></strong></p>
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		<title>IL SOGNO OSCENO DI JUNG</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Dec 2009 10:16:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr.Zambello</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.turismoinvaldilanzo.it/public/consorzio/uploads/img47f249616f9a6.jpg" />Carl Gustav Jung fu un bambino timoroso, fantastico e solitario, che per pomeriggi interi faceva macchie d&#8217; inchiostro sulla carta e vi rintracciava figure immaginarie. Aveva l&#8217; impressione di non possedere padre né madre: qualcuno l&#8217; aveva tratto dal mare come un pesce, o era caduto dal cielo come una pietra bianca. Gli sembrava di essere unico sulla terra: assolutamente solo, perché conosceva cose che gli altri non conoscevano e non volevano conoscere; e per tutta la vita ebbe l&#8217; impressione di detenere un segreto, che non poteva rivelare. Comprese che il mondo della luce non era fatto per lui: doveva abitare nel mondo della notte &#8211; in quelle ore magiche e incomprensibili, quando spettri evanescenti e luminosi gli ondeggiavano davanti, con il capo staccato dal busto, e cerchi azzurri, pieni di figure dorate e angeliche, attraversavano l&#8217; oscurità. Tutto ciò che era misterioso e crepuscolare lo attraeva: gli ombrosi specchi d&#8217; acqua, le paludi dove forse si celano i morti, i boschi popolati dai fantasmi, le pietre cadute dagli astri lontani. La natura era, per lui, un tempio sacro, un rifugio confidenziale: gli pareva che gli alberi fossero &#8220;i pensieri di Dio&#8221;, che qualche scintilla divina fosse rimasta prigioniera nella materia inanimata delle pietre e dei cristalli, che gli insetti fossero piante snaturate, fiori e frutti che avevano cercato di strisciare e di volare. All&#8217; età di tre o quattro anni &#8211; racconta nei suoi mirabili Ricordi sogni riflessioni &#8211; ebbe un sogno, che lo inquietò per tutta la vita. All&#8217; improvviso si trovò in un prato. Quando si guardò attorno, vide una fossa scura e rettangolare, nella quale si apriva una scala di pietra, che conduceva a una porta ad arco. Come nelle favole, stava discendendo in sogno nel cuore delle pietre, nel luogo infero dove risiedono le origini, i misteri, il potere e la magia. Appena sollevò la cortina di broccato verde sopra la porta, scorse una stanza rettangolare, col soffitto a volta, dove un tappeto rosso si stendeva dall&#8217; entrata fino a un trono d&#8217; oro, con un cuscino egualmente rosso. Sopra il trono, stava un enorme fallo: aveva un occhio, circondato da un&#8217; aureola luminosa. La visione infantile di quel Dio fallico e ctonio segnò per sempre l&#8217; immaginazione di Jung. Egli non credette mai nella figura troppo umana e amorosa del Cristo. Il Dio al quale consacrò tutto sé stesso era il Dio possente, tremendo ed ambiguo, che si esprime soltanto in contraddizioni. Egli è insieme buono e malvagio, celeste ed infero, una luce abbagliante e l&#8217; oscurità dell&#8217; abisso, ardente come Dioniso e freddo come le lontananze della Galassia, armonioso come la Provvidenza e ironico come il caso. Animato da un pericoloso furore, da un&#8217; incomprensibile crudeltà verso le proprie creature, induce Abramo a sacrificare Isacco, permette a Satana di tentare Giobbe, lascia condannare Cristo alla crocifissione. Abbandona la natura in preda al male: induce l&#8217; uomo a peccare; e lo spinge a infrangere le leggi che egli ha stabilito, la teologia che gli è dedicata, la Chiesa fondata sopra di essa. Per tutta la vita, Jung contemplò nello specchio oscuro il volto spaventoso di questa figura sacra: ne ebbe meraviglia e orrore; e talvolta gli sembrò che il suo cuore andasse in frantumi. Questo pensiero lo aggrediva nelle ore del giorno e della notte: gli occupava la mente, senza lasciare nulla di libero &#8211; ed aveva l&#8217; impressione di essere pensato da lui, come dalla più nera delle ossessioni. * * * Tutta l&#8217; esistenza di Jung fu il tentativo, solo in piccola parte conscio, di emulare questo pensiero. Vi era, nel profondo della sua anima, una volontà imperiosa, perentoria, ostinata, che desiderava incutere timore e possedere autorità, come il potentissimo Dio della Bibbia. Era abitato da un dèmone. &#8220;Mi domando se a volte sono stato spietato. Ciò è dipeso dal fatto che ero nelle sue mani. E per seguire il dèmone, sono stato impaziente, ho offeso persone, ho rotto amicizie, ho proseguito solitario, quasi come un pazzo, per la mia strada&#8221;. Disprezzò il padre perché egli sembrava debole e incerto: avrebbe voluto essere il robusto padre di lui. Quando morì, lo seppellì senza dolore, e se ne liberò con fastidio e indifferenza. Con uno strano piacere, si insediò nella sua stanza, ne prese il posto in famiglia, tenne i conti di casa, e ogni settimana dava il danaro per la spesa alla madre. In Freud, amò e odiò un altro padre, non meno debole e incerto di quello carnale. Ma siccome il suo Dio era la più mutevole e cangiante delle figure, spesso egli dimenticava la propria caparbia sicurezza. Senza proporselo, diventava veloce, proteiforme e tentacolare: pieno di ombre, di guizzi, di contraddizioni, di paradossi.<span id="more-203"></span> &#8221;Non vi è nulla&#8221;, scriveva, &#8220;di cui mi senta veramente sicuro. Non ho convinzioni definitive, proprio su niente&#8221;. Quella immagine divina suscitò nel suo animo violentissime resistenze, odi e rancori, che esplosero nella tarda Risposta a Giobbe. Proprio lui, che amava tanto gli archetipi religiosi della mente umana, talvolta usava toni tra mefistofelici e illuministi, rozzi, grevi, quasi contadineschi. Si faceva beffe della finta bontà e dell&#8217; onniscienza di Dio. &#8220;Che genere di Padre è mai questo&#8221;, gridava, &#8220;che preferisce massacrare il Figlio piuttosto che perdonare magnanimamente alle sue creature. Dobbiamo temerlo: il Dio della bontà è talmente inconciliabile, da non potersi placare che con un sacrificio umano!&#8221;. Mentre si confrontava con il Dio della Bibbia, cresceva in lui una vocazione sarcastica e nichilistica: una tendenza a diffidare di tutte le religioni costituite, a schernire ogni metafisica, ogni misticismo, qualsiasi costruzione di cui non avvertiva le immediate radici psichiche. Il suo illuminismo non ci meraviglia. Tutti i grandi indagatori dell&#8217; inconscio non amano gli idoli della coscienza: gli ordini, le leggi e le istituzioni, che gli uomini creano per legarsi tra loro e riempire il vuoto della loro esistenza. Con sempre nuovi concetti ed immagini, Jung cercò di esprimere la paradossale congiunzione dei contrarii, che fin da bambino aveva avvertito nel volto di Dio. Mentre il cristianesimo aveva cercato di cancellare il suo aspetto oscuro, egli reintegrò in lui la disarmonia del mondo, il male, la materia, l&#8217; inconscio, la notte, le vaghe sensazioni e gli improvvisi presentimenti; e diede a questo vastissimo regno la fisionomia di una figura separata e distinta. Per usare il linguaggio teologico, sostituì alla Trinità cristiana la Quaternità, aggiungendo alle tre figure divine quella del Diavolo. Nella sua psicologia, diede al Diavolo una parte sempre più vasta: ne scoprì le tracce nella mefistofelica ironia della mente e nelle insidie dell&#8217; inconscio, così che l&#8217; educazione dell&#8217; anima diventava una lotta (e una collaborazione) del Diavolo con sé stesso. Poi le risolse in una figura superiore: se l&#8217; unità indistinta del Padre si scinde nelle Figure antitetiche del Figlio e del Diavolo, queste si congiungono a loro volta nello Spirito Santo. Chi sia lo Spirito Santo, è il punto chiave del pensiero di Jung. Sorge da una fonte luminosa e da una oscura, raccoglie le estreme contraddizioni dell&#8217; anima umana; solleva il bene e il male in una essenza ineffabile, che non sappiamo descrivere con le parole delle nostre lingue, ma a cui si può alludere soltanto con i simboli più segreti dell&#8217; inconscio. Noi occidentali, plasmati dalla teologia cristiana, siamo abituati a vivere secondo i simboli dell&#8217; Uno e del Tre. Come pensare invece obbedendo al Quattro? Come vivere secondo la legge dei contrari, senza rimuovere e cancellare nessuno di loro? Come essere insieme buoni e malvagi, luminosi e tenebrosi, coscienti e incoscienti, aria e pietra, acqua e fuoco? Da un lato, Jung ci consiglia l&#8217; arte dell&#8217; equilibrio e della mediazione interiore, l&#8217; ininterrotta metamorfosi tra gli opposti: dall&#8217; altra, ci invita a superare gli opposti e a vivere secondo lo Spirito Santo. Nei due casi, la meta è comune: l&#8217; uomo giusto è soltanto chi realizza in sé stesso lo spirito del Tutto, come consigliavano le immagini dell&#8217; anthropos gnostico e dell&#8217; androgino alchemico. * * * Quando Jung spezzò la sua amicizia con Freud, perse all&#8217; improvviso il proprio sostegno; e si accorse che il padre, l&#8217; amico, il fratello maggiore, quale Freud era stato per lui, l&#8217; aveva protetto contro sé stesso. Fu il momento tragico della sua vita. Il &#8220;torrente di lava&#8221;, il &#8220;magma fuso e incandescente&#8221; dell&#8217; inconscio si scatenò contro di lui: terribili tempeste psichiche infuriarono nella sua anima; e il suo io cosciente, che sembrava così solido, fu sul punto di sprofondare nella notte. Per qualche anno, ricordò insieme un veggente biblico, uno sciamano, un visionario romantico, uno schizofrenico. Qualche volta gli sembrava di udire la voce dell&#8217; inconscio: o di star bisbigliando le parole dettate da una forza occulta. Nell&#8217; autunno 1913 l&#8217; oppressione psichica si esteriorizzò: l&#8217; atmosfera diventò cupa ed oscura; sognò che una spessa crosta di ghiaccio nascondeva la terra. Presto cominciò a delirare ad occhi aperti: vide una spaventosa alluvione dilagare sull&#8217; Europa del Nord, e l&#8217; acqua diventare sangue: gli parve di sprofondare in caverne sempre più nere, dove il suolo era soffice e tiepido come l&#8217; inconscio; cadde nell&#8217; immensità del vuoto cosmico. Viveva in mezzo ad una folta ed incerta moltitudine di morti, che stavano dietro le sue spalle attendendo una risposta alle loro domande disperate. Il suo essere si moltiplicò: diventò una folla di figure che dialogavano tra loro, e giunse al punto di scrivere ad una di esse. Mentre aveva posseduto un senso robustissimo di sé stesso, ora dubitava di esistere. Credeva di essere soltanto un sogno, sognato da uno yogi, seduto nella posizione del loto, in assorta concentrazione. L&#8217; inconscio era una vastità indeterminata, priva in apparenza di interno e di esterno, di alto e di basso, di qua e di là, di mio e di tuo, di buono e di cattivo. Era rivolto insieme verso il lontano passato e verso il remoto futuro: sognava sogni secolari e disegnava previsioni: l&#8217; epoca attuale aveva, per lui, lo stesso significato dell&#8217; epoca delle glaciazioni, così che tutti gli spazi e i tempi erano livellati in un tempo vorticoso ed infinito. Era il luogo della vita e quello della morte: prediletto da Dio e amato dal Diavolo. Nell&#8217; inconscio, spiccavano i grandi archetipi &#8211; che, come Dio, attraevano Jung con la loro natura contraddittoria e paradossale. Essi abitavano da un lato la parte più profonda e tenebrosa della psiche, dove nessun sguardo umano giunge: tanto che poteva conoscerne soltanto le irradiazioni e le rappresentazioni (forse deformate), giunte nella parte superficiale dell&#8217; anima. Ma, dall&#8217; alto, la luce che essi gettavano verso di lui era così intensa e radiosa, da cancellare qualsiasi luce emanata dalle deboli costruzioni della coscienza. Tra gli archetipi della psiche Jung raccolse tutte le divinità grandi e minori, tutti i demoni, tutti i santi che, nel corso dei secoli, l&#8217; uomo aveva proiettato fuori di sé &#8211; tra le nuvole del cielo e sopra i monti della terra, nelle profondità delle chiese e nel mistero delle caverne. Così svuotò il mondo di ogni presenza divina, mentre l&#8217; animo si riempiva, fino a traboccarne, di realtà luminosa. Come un illuminista, uccise gli dèi: come un mistico, li fece rinascere e li venerò nel proprio cuore. In uno di questi archetipi, lo spirito Mercurio, rispecchiò l&#8217; inquietudine della sua anima. Era mobile, ironico, imprevedibile, capriccioso, multiforme, come il dio da cui prendeva nome: a volte era fatuo e crudele, a volte ostentava una sapienza segreta: derideva perfidamente tutto il &#8220;tragico&#8221;, il &#8220;sacro&#8221;, il &#8220;profondo&#8221;, con cui gli uomini credono di emulare i sublimi misteri; ed attraeva con il rarissimo dono della grazia. Nella vecchiaia, Jung rivelò l&#8217; ambizione che lo torturava: voleva umanizzare Dio e divinizzare l&#8217; uomo &#8211; un sogno che avrebbe soddisfatto un mistico dell&#8217; ellenismo. Secondo lui, questo sogno in parte si compiva già ai nostri tempi: in parte si compirà nella lontana fine dei tempi, quando tutti gli archetipi nascosti usciranno completamente alla luce. Verso l&#8217; inconscio, Jung era pieno di meraviglia, di reverenza e di venerazione: non finiva di ammirarne le lussureggianti ricchezze, le fantastiche fioriture, che gli sembravano contenere la forza formatrice della vita e del destino. Quando un archetipo giungeva alla superficie, toccava corde del suo animo che di solito non risuonavano mai, o teneva delle potenze di cui non supponeva l&#8217; esistenza. Ma egli era troppo complicato, e l&#8217; inconscio troppo molteplice, perché potesse conservare sempre lo stesso punto di vista. Qualche volta, la lingua che gli archetipi bisbigliavano silenziosamente sulle sue labbra lo irritava, perché gli sembrava patetica e ampollosa: il loro stile gli riusciva &#8220;fastidioso e gli dava ai nervi&#8221;. Più spesso, veniva assalito dal timore e dal tremore, davanti a quelle forze estranee alla personalità umana. Non si illudeva: sapeva che egli stesso, e i suoi pazienti, correvano un pericolo mortale. Se analizzava i sogni, conosceva il medesimo rischio di chi scava un pozzo artesiano e finisce per imbattersi in un vulcano. Se approfondiva l&#8217; analisi, l&#8217; inconscio poteva erompere in fantasie eccitate e incontenibili, in illusioni e allucinazioni, capaci di provocare malattie funeste. Era un&#8217; inondazione, che devastava la terraferma della coscienza: era il momento dionisiaco dello spirito, che porta con sé la pienezza e l&#8217; ebbrezza, ma anche la lacerazione, la dissoluzione, lo sconvolgimento. Tutti gli archetipi, le vegetazioni, i pensieri e le intuizioni casuali che si annidano nel profondo, Jung cercò di portarli alla luce della coscienza, nel luogo della veglia e della ragione. Fu un&#8217; impresa difficilissima, perché tra l&#8217; inconscio e la coscienza non ci sono passaggi, tranne le esili passerelle dei sogni &#8211; ma egli condusse sino alla fine questa impresa, perché era persuaso, come diceva Cristo, che &#8220;se tu sai ciò che fai, sei salvo: ma se non sai ciò che fai, sei dannato&#8221;. Sebbene la sua ultima meta differisse molto da quella del suo antico maestro, per questo aspetto la sua strada non si allontana dalla strada di Freud. Non so se sia la via giusta. Dopo cent&#8217; anni che Freud e Jung ci hanno consigliato di illuminare la psiche, possediamo una sterminata quantità di inconscio razionalizzato, alterato, falsificato; e pochissimo inconscio autentico. Forse bisognerebbe tornare a comportarsi come nei secoli antichi, quando si lasciava l&#8217; anima nella sua ombra, nella sua nutriente ignoranza di sé. In quel tempo l&#8217; inconscio veniva alla luce da solo, senza nostri interventi, parlando la sua lingua misteriosa; ora era un sogno incomprensibile, ora un mito, ora un&#8217; intuizione, ora l&#8217; immagine centrale di un libro, ora una gemma purissima, che illuminava i sentieri dell&#8217; esistenza. * * * Negli ultimi anni della sua vita, Jung crebbe sopra sé stesso, rese più sottile, complicato e immaginoso il proprio pensiero, e lo strappò dai pensieri banali dove talvolta, nella maturità, aveva indugiato. Sentiva di essere coinvolto in un dibattito interno senza fine, nel quale era insieme l&#8217; avvocato difensore e l&#8217; accusatore spietato, &#8220;e nessun giudice secolare o spirituale poteva ridargli un sonno tranquillo&#8221;. Si protendeva verso l&#8217; ignoto, che penetrava come una ventata gelida nel suo cervello. Ormai la sua idea della psiche si era stabilita: i simboli gli avevano rivelato il loro senso; e tentava di incarnarli in sempre nuove immagini culturali, che davano loro una risonanza più ricca, e intonazioni paradossali. I suoi tardi libri presero una struttura tra circolare e labirintica. Forse la scienza psicologica non gli bastava più. Nel bellissimo saggio sulla Sincronicità, propose una scienza dell&#8217; analogia universale: la stessa che aveva inseguito il pensiero del Rinascimento e l&#8217; arte visionaria dei poeti romantici. Desiderava disperatamente quel dono del verbo creatore, che non gli era stato dato possedere. Per esprimere l&#8217; inconscio che gli premeva dentro, costruì una casa sulle rive del lago di Zurigo &#8211; che avrebbe dovuto essere l&#8217; equivalente oggettivo delle forze irrazionali che l&#8217; abitavano. Vi passava lunghi mesi di concentrazione: vi ritrovava i fantasmi degli antenati; gli sembrava di essere ritornato nel grembo materno, dove poteva diventare ciò che era stato, ciò che era e ciò che sarebbe stato. Così il suo lungo cammino si riannodò al punto d&#8217; origine. &#8211; di PIETRO CITATI</p>
<p>da: http://ricerca.repubblica.it  </p>
<p><strong><em>Commento del Dott. Zambello</em></strong></p>
<p><strong><em>E&#8217; bello quando senti, ti accorgi che persone che hai sempre stimato per la loro professionalità e Citati é uno di questi,  mostrano anche una profonda conoscenza nelle cose che appartengono proprio alla tua professione alla tua vita. Citati é sicuramente un lettore attento delle opere di Jung ed un  conoscitore non solo dell&#8217;animo umano ma anche delle tecniche, delle terapie che permettono di avvicinarsi ad esso. Vorrei solo aggiungere che non é solo il sogno l&#8217;unica &#8220;passerella&#8221; che ci permette di venire a contatto con l&#8217;inconscio. Tutta la psicoterapia con l&#8217;analisi, come già diceva Freud e che Jung condivideva,  del transfert, dei lapsus, delle libere associazioni e  del contro-trasfert,  ci mostrano,  ci permettono di intravvedere i bagliori  che arrivano dall&#8217;inconscio.  Diceva Bion, noi dobbiamo stare davanti al paziente “Senza memoria e senza desiderio” ,  accogliendo il suo inconscio, cercando di realizzare quello che  dice Davide Lopez: lasciare che i preconsci  comunichino.</em></strong></p>
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		<title>Disegni e appunti privati di Carl Gustav Jung nel libro rimasto segreto</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Oct 2009 09:53:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr.Zambello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicoterapia Junghiana]]></category>

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		<description><![CDATA[Era un genio o un pazzo? È questa la domanda a cui forse dovranno rispondere i seguaci di Carl Gustav Jung (1875-1961), padre della psicanalisi insieme con Sigmund Freud. Il 7 ottobre verrà infatti pubblicato negli Stati Uniti The Red Book (nella foto, la copertina), un libro avvolto nel mistero e chiuso per ventitre anni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://doctoromed.files.wordpress.com/2009/09/jung-red-book-dragon.jpg" />Era un genio o un pazzo? È questa la domanda a cui forse dovranno rispondere i seguaci di Carl Gustav Jung (1875-1961), padre della psicanalisi insieme con Sigmund Freud. Il 7 ottobre verrà infatti pubblicato negli Stati Uniti The Red Book (nella foto, la copertina), un libro avvolto nel mistero e chiuso per ventitre anni nella cassetta di sicurezza di una banca svizzera.Il volume, un fac-simile che riproduce fedelmente l&#8217;originale e raccoglie appunti e disegni di Jung, è un viaggio nella mente dello psichiatra che nel 1913, anno in cui ruppe con Freud, entrò in crisi e iniziò a temere di essere in preda alla psicosi o di essere diventato schizofrenico. Tormentato da «un flusso incessante» di visioni e voci che esistevano solo nella sua testa, «spesso», scriveva, «devo aggrapparmi al tavolo per non cadere a pezzi».</p>
<p>Un «confronto con l&#8217;inconscio» che lo psichiatra paragonò a una esperienza con la mescalina e decise di non combattere, ma di affrontare abbattendo le barriere fra conscio e inconscio e procurandosi allucinazioni, «in modo da afferrare le fantasie che si agitavano dentro di me. Sapevo che mi dovevo lasciar precipitare dentro di loro», scrisse in Memories, Dreams, Reflections.</p>
<p>Il Red Book è il viaggio di Jung alla ricerca della sua anima, costellato di incontri con strani personaggi. «Il libro», scrive Sara Corbett sul Magazine del New York Times, «racconta la storia di come Jung cercò di guardare in faccia i suoi demoni così come emergevano dall&#8217;ombra. I risultati sono avvilenti, a volte disgustosi. Al suo interno, Jung attraversa la valle della morte, si innamora di una donna per poi accorgersi che è sua sorella, viene stretto da un serpente gigante e, in un terrificante momento, mangia il fegato di un bambino («Deglutisco con uno sforzo disperato &#8211; è impossibile &#8211; ancora una volta &#8211; sto per svenire &#8211; è fatta»). A un certo punto, anche il diavolo lo accusa di essere una persona orribile».</p>
<p>Jung continuò per 16 anni, anche dopo la fine della crisi, a rielaborare gli appunti presi in quel periodo per comporre il Red Book, ma per decenni il volume venne nascosto dagli eredi che volevano proteggere la sua immagine. Finché Sonu Shamdasani, professore all&#8217;University College di Londra, ha ottenuto il permesso di studiare l&#8217;opera, tradurla e curare l&#8217;edizione critica, completa di introduzione e note. Una vittoria che lo studioso ha ottenuto solo dopo essere riuscito a procurarsi da altre fonti due estratti del libro che, come scrisse nell&#8217;epilogo lo stesso Jung, «agli osservatori superficiali sembrerà una follia».</p>
<p>da: http://www.libero-news.it    </p>
<p><strong><em>Commento del Dott. Zambello</em></strong></p>
<p><strong><em>solo chi non conosce Jung o é in malafede, può pensare alla sofferenza di Jung, follia, come un fatto degenerativo della sua personalità. </em></strong><strong><em>La lotta  con i diavoli interni, la discesa negli inferi,  fino alla perdita&#8221;nella follia&#8221; , crogiuolo alchemico,   é parte della sua via terapeutica,  verso l&#8217;individuazione. La strada che porta a se stessi.</em></strong><iframe title="YouTube video player" class="youtube-player" type="text/html" width="425" height="349" src="http://www.youtube.com/embed/fXlhyX6T-IU?rel=0" frameborder="0" allowFullScreen></iframe></p>
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		<title>Paletta e secchiello per curare anoressia, bulimia e traumi nei bambini</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Jun 2009 09:21:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr.Zambello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicoterapia Junghiana]]></category>

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		<description><![CDATA[È la Sand Play Therapy: giocare con la sabbia per guarire Ancora poco conosciuta in Italia, ma più diffusa all&#8217;estero. È la &#8220;Sand Play Therapy&#8221; (terapia del gioco della sabbia), la psicoterapia che usa la sabbia e il gioco per individuare e curare i traumi nei bambini vittime di abusi o violenze, i disturbi alimentari [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È la Sand Play Therapy: giocare con la sabbia per guarire</p>
<p><img src="http://www.moebiusonline.eu/fuorionda/immagini/sandplay.jpg" />Ancora poco conosciuta in Italia, ma più diffusa all&#8217;estero. È la &#8220;Sand Play Therapy&#8221; (terapia del gioco della sabbia), la psicoterapia che usa la sabbia e il gioco per individuare e curare i traumi nei bambini vittime di abusi o violenze, i disturbi alimentari come anoressia e bulimia, le tossicodipendenze.Il metodo fu elaborato verso la fine degli anni Cinquanta da Dora Maria Kalff (1904 &#8211; 1990), psicologa junghiana e allieva di Margaret Lowenfeld.<br />
La Sand Play Therapy unisce due metodologie basate su: la &#8220;tecnica del mondo&#8221; (World Technique) di Margaret Lowenfeld e sulla psicologia analitica di C.G. Jung.<br />
Margaret Lowenfeld, la pediatra che fondò una delle prime cliniche psicologiche in Inghilterra, elaborò gli strumenti adottati oggi dalla terapia: una cassetta piena di sabbia, o sabbiera, e vari oggetti in miniatura. L&#8217;utilizzo di questi strumenti permette di esprimere l&#8217;interiorità facendo affiorare elementi inconsci grazie al linguaggio simbolico del gioco. La possibilità di manipolare la sabbia creando un mondo immaginario, ma tridimensionale, permette di far riemergere anche esperienze traumatiche sepolte inconsciamente o volutamente. Esperienze a volte drammatiche che non si possono raccontare, che si ha paura di ricordare.<br />
Anche se inizialmente indirizzata ai bambini, la terapia con la sabbia, si è evoluta per offrire un supporto anche agli adulti con problemi psicologici.</p>
<p>Il gioco con la sabbia offre un metodo terapeutico semplice, ma efficace, che dimezza in alcuni casi i tempi rispetto a una terapia analitica classica. In più, giocando con la sabbia il bambino è più disponibile nei confronti dell&#8217;adulto (terapeuta) e si riesce più facilmente a superare le barriere di diffidenza erette nei confronti del mondo e delle persone. Dopo alcuni mesi di terapia la maggioranza dei pazienti vede riaffiorare ricordi sepolti o rimossi dando la possibilità concreta di essere aiutati nel superamento dei traumi o dei blocchi.</p>
<p>Nel 1985, venne ufficializzata la terapia con il supporto di numerosi medici e terapeuti internazionali (tra cui anche due italiani: dr. Paola Carducci e dr. Andreina Navone) i quali fondarono la Società Internazionale per la Sandplay Therapy (ISST).<br />
(Luigi Mondo e Stefania Del Principe)<br />
da: http://www.lastampa.it   </p>
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		<title>Pensiero e Sincronizzazione Elettroncefalografica</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Mar 2009 08:42:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr.Zambello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicoterapia Junghiana]]></category>

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		<description><![CDATA[di: Silvia Serio &#8220;Nella nostra epoca l&#8217;uomo ha perso ideologicamente la strada&#8230; La scienza si è spinta troppo oltre nel distruggere la fiducia dell&#8217;uomo nella sua grandezza spirituale&#8230; e gli ha istillato la convinzione di essere semplicemente un insignificante animale, che si è evoluto per caso e necessità in un altrettanto insignificante pianeta, sperduto nella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di: Silvia Serio<br />
<em><img src="http://www.ubergizmo.com/photos/2007/11/wireless-eeg.jpg" />&#8220;Nella nostra epoca l&#8217;uomo ha perso ideologicamente la strada&#8230; La scienza si è spinta troppo oltre nel distruggere la fiducia dell&#8217;uomo nella sua grandezza spirituale&#8230; e gli ha istillato la convinzione di essere semplicemente un insignificante animale, che si è evoluto per caso e necessità in un altrettanto insignificante pianeta, sperduto nella grande immensità del cosmo&#8230; Noi dobbiamo renderci conto dei grandi misteri della struttura materiale e del funzionamento dei nostri cervelli, della relazione tra cervello e mente e della nostra immaginazione creativa.&#8221; </em></p>
<p>Sir John Eccles, Nobel per la neurofisiologia</p>
<p>Lo studio delle neuroscienze trova addentellati con la sincronicità junghiana attraverso una branca medica ancora di sponda -la parapsicologia- per mezzo dell&#8217;analisi delle relazioni che intercorrono fra pensiero e sincronizzazione elettroencefalografica.<br />
Numerosi esperimenti condotti per mezzo dell&#8217;ausilio dell&#8217;elettroencefalogramma dimostrano come durante circostanze particolarmente coinvolgenti dal punto di vista emozionale, quali l&#8217;innamoramento, il fervore politico idealistico o religioso, amore o amicizia profonde, nella relazione maestro e discepolo, si creano delle modifiche dei tracciati elettroencefalografici del singolo e del gruppo degni di nota, che corrispondono a stati d&#8217;animo affini ed empatici. I tracciati EEG delle persone in suddette particolari circostanze tendono a mostrare simmetria di segnali fra l&#8217;emisfero cerebrale dx e il sx in un medesimo individuo, ma ancora piu&#8217; sorprendente come possano diventare simili fra soggetti distinti. La scienza ufficiale afferma che la probabilita&#8217; statistica che due persone abbiano tracciati EEG identici è nulla, in quanto ognuno assume caratteristiche personali che rispecchiano gli stati emotivi altalenanti e difficilmente riproducibili. Risultano quindi significativi i risultati riportati di seguito. Sebbene la scienza ufficiale non lo consideri un dato rilevante, sembra impossibile considerare casuale quanto verrà descritto.<br />
L&#8217;EEG funziona da vero e proprio indicatore dello stato psicofisico, potendo documentarne con la sua coerenza interemisferica lo stato di integrità dell&#8217;individuo. Da esperimenti neurofisiologici viene documentato come una stessa persona presenti EEG altamente sincronizzato fra i due emisferi in relazione alla sua condizione ( nella salute la sincronizzazione interemisferica è molto elevata e viceversa assume connotazioni non sincrone nella sofferenza e nelle forme depressive ). Le onde armoniche caratterizzano stati creativi e di grande pace interiore: infatti i tracciati EEG di persone meditative e spirituali si presentano di forma sferica e ricchi di onde alfa, al contrario dei quadri tipici delle persone fredde e razionali che risultano prevalenti in onde delta e teta. Le onde sferiche presenti nelle persone meditative hanno una caratteristica forma a spirale che riporta alla terza matrice archetipica. Questo fa riflettere sulla simbolicità dei testi religiosi e della tradizione antica e moderna, che vede di frequente l&#8217;utilizzo della forma a spirale come simbolo che rappresenta la forza cosmica che agisce in senso continuo e centripeto.<br />
Dagli esperimenti effettuati è emerso come esista una campo di &#8220;sincronizzazione collettiva&#8221;ovvero un campo di coerenza condiviso fra persone in gruppo, ad esempio in riunione, in preghiera o in meditazione: gli EEG tendono infatti a sincronizzarsi reciprocamente su frequenze stabilite. Inoltre il tracciato EEG di un soggetto meditante tende a desincronizzarsi nel momento in cui si avvicina un secondo soggetto estraneo e non interessato. L&#8217; allontanamento del soggetto riporta il tracciato a valori di sincronicità interemisferica. Nell&#8217;ambito della relazione uomo-donna, il substrato elettroencefalografico dell&#8217;attrazione sessuale è una sincronizzazione altissima, ma di segno opposto, e rappresenta simbolicamente lo yin e lo yang.<br />
Gli esperimenti condotti con l&#8217;ausilio dell&#8217;elettroencefalogramma fanno propendere per l&#8217;esistenza di una forma di comunicazione extrasensoriale fra le menti, comunemente identificata con il termine di &#8220;feeling&#8221; o di &#8220;empatia&#8221;. Le onde elettroncefalografiche e le correnti neuronali trasmetterebbero dei veri e propri segnali di benessere o malessere; le stesse onde verosimilmente possono essere in grado di creare campi energetici che permettono una sorta di comunicazione non verbale fra individui. E&#8217;plausibile pensare che i segnali che poi analizziamo come onde elettroencefalografiche possano essere vera e propria energia che rispecchia l&#8217; energia psicofisica della persona nel momento; ci risulta quindi vera ora la citazione attribuita a Sivanada:<br />
&#8220;il pensiero è una forza vitale e vivente,la forza piu vitale, sottile e irresisibile che esita nell&#8217;universo&#8230;il pensiero vive&#8221;</p>
<p>Esiste un&#8217;altra ipotesi per spiegare questi fenomeni: ed è la sincronicità, cioè la possibilità che eventi distinti si presentino in modo sincrono, in virtu&#8217; della presenza di un vuoto subaquantistico che si sincronizza istantaneamente con eventi neuropsichici analoghi, senza barriere di spazio tempo. In questo caso il processo di astrazione che dobbiamo fare per superare le nostre accezioni comuni è ancora piu&#8217; grande, ovvero non solo immaginare che il pensiero sia vera e propria energia e come tale si trasmetta, ma che possa comunicare con altri pensieri affini anche senza venirne a contatto, in una matrice primordiale dove eventi simili si sincronizzano senza l&#8217;avvento della causalità.</p>
<p>da:  http://www.psicolab.net     </p>
<p>  <iframe title="YouTube video player" width="425" height="349" src="http://www.youtube.com/embed/fXlhyX6T-IU?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe>    </p>
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		<title>UNA PSICOLOGIA IDEALE L’inconscio collettivo e gli archetipi</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Jan 2009 18:37:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr.Zambello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Psicoterapia Junghiana]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160;  di Laura Tussi Carl Gustav Jung nacque nel 1875 in un piccolo villaggio della Svizzera, dove morì nel 1961. Trascorse un&#8217;infanzia non priva di crisi e conflitti interiori, figlio di un pastore protestante travagliato da un&#8217;incerta vocazione. Laureatosi in medicina, nel 1900 entrò a far parte del prestigioso ospedale psicanalitico Burgholzli, dove compì una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify"> di Laura Tussi</p>
<p align="justify"><img src="http://centrocgjung.guatemala.googlepages.com/jung5.jpg/jung5-large.jpg" />Carl Gustav Jung nacque nel 1875 in un piccolo villaggio della Svizzera, dove morì nel 1961. Trascorse un&#8217;infanzia non priva di crisi e conflitti interiori, figlio di un pastore protestante travagliato da un&#8217;incerta vocazione. Laureatosi in medicina, nel 1900 entrò a far parte del prestigioso ospedale psicanalitico Burgholzli, dove compì una brillante carriera sotto la guida di Bleuler. Dal 1906 al 1913 strinse un rapporto intenso con Freud. Nel 1930 fu nominato presidente onorario della società tedesca di psicoterapia e, nonostante l&#8217;ascesa al potere di Hitler, che riorganizzò la società secondo i principi del nazionalsocialismo, ampliò l&#8217;associazione a livello internazionale. Fu criticato di filonazismo e antisemitismo, ma si difese sostenendo di aver voluto proteggere la psicanalisi e gli analisti ebrei. Nel 1948 fu fondato il Carl Gustav Jung Institute, destinato all&#8217;insegnamento della teoria e dei metodi della psicanalisi analitica. Per Freud, Jung significa prima di tutto Burgholzli, prestigiosa istituzione a Zurigo, nel centro di un&#8217;area culturale di lingua tedesca. Ma Zurigo non solo fungerà da cassa di risonanza della psicanalisi, ma condurrà una critica serrata e una riformulazione radicale del discorso freudiano.<br />
Jung non sarà un postfreudiano, ma un caposcuola di un diverso campo teorico, di un progetto scientifico complessivo diverso, che comporta la concreta riformulazione del corpus teorico, con la ridefinizione dell&#8217;oggetto, del metodo, del programma di lavoro. I due autori non possono essere considerati in opposizione frontale, ma, mentre Freud è timoroso e ambivalente in proposito, Jung è certo che la psicanalisi sia un metodo di cura e una scienza complessiva con un forte discorso degno di interloquire con la più alta tradizione filosofica e, in senso lato, teorica. Jung riconoscerà sempre al maestro di aver operato una vera e propria rivoluzione nei confronti della psichiatria classica e utilizzò il pensiero di Freud nella diagnosi e nella terapia delle psicosi.<br />
Il loro divario sorge dalla teoria e poi dalla clinica.<span id="more-192"></span><br />
Jung rifiuta di fare della teoria il momento di estensione dell&#8217;esperienza terapeutica. La psicoterapia non è per lui una psicologia generale. Erede dell&#8217;idealismo tedesco, dell’autonomia dello spirito, non può accettare che il modello psicanalitico si fondi su un concetto spurio come quello della libido, energia psichica di natura sessuale, radicata nel corporeo, frammentata in pulsioni parziali, mai completamente amministrabile. Jung fece ruotare e poi trasformò il pensiero freudiano proprio intorno alla libido, pensiero a suo dire, che privilegia la polarità biologica dell&#8217;uomo a scapito di quella spirituale. Jung per ovviare al riduttivismo freudiano, opera innanzitutto un ridimensionamento della figura di Freud, una storicizzazione delle sue scoperte, una relativizzazione del suo pensiero (pars destruens), poi innalza un grande edificio sistematico, una vera e propria teoria della cultura (pars costruens). Secondo Jung la psicanalisi non può dire nulla di vero e di giusto sulla psiche, ma solo qualcosa di veritiero, di inerente ad una esperienza soggettiva. Anche l&#8217;esperienza più personale ed esclusiva ha un valore conoscitivo in quanto testimonianza. In questo senso anche il soggetto è un dato oggettivo. Tuttavia l&#8217;obiettività scientifica si conquista solo con il metodo, con la correttezza dell&#8217;autoosservazione, con la veridicità dei fenomeni osservati e con il riconoscimento della relatività del sapere. Jung ridimensiona Freud fino a considerarlo un residuo storico che rimase impigliato nel suo stesso atteggiamento critico demolitore e negativista. Jung insinua che Freud non capiva che le nostre idee non sono prodotte da noi, ma ci producono. Jung distingue un inconscio personale da uno collettivo, che ha una dimensione asoggettiva, che va oltre l&#8217;impersonalità dell&#8217;inconscio freudiano che non esiste al di fuori dei singoli individui. Secondo Jung il mondo delle idee è autonomo rispetto ai soggetti, attraverso i quali si manifesta, tipo la scissione platonica tra idee e divenire materiale. Postulato della teoria junghiana è l&#8217;immagine di un uomo con a disposizione non un’ energia sessuale difficilmente domabile e trasformabile, ma una energia generale,  che è anche sessuale. Nella natura, la libido compare come pulsione di vita che, attraverso la conservazione dell&#8217;individuo, assicura la continuità della specie. La libido junghiana è un concetto dinamico che spiega sia la possibilità di evoluzione (stati libidici), sia quella di regressione (nevrosi). La nevrosi non è causata tanto dagli avvenimenti della prima infanzia, ma dal conflitto attuale, ossia dall&#8217;incapacità dell&#8217;individuo di adattarsi all&#8217;ambiente, per cui, se il conflitto appare insuperabile, la libido regredisce a forme più arcaiche di funzionamento e, incontrato il complesso edipico, lo investe riattualizzandolo. Quindi non vi è alcun nucleo patogeno, alcun conflitto edipico, fino al momento in cui un movimento regressivo non venga a sollecitare ricordi latenti, funzionanti secondo modalità infantili e poco razionali. Le cause della nevrosi perciò si devono ricercare nel presente e nel futuro del soggetto. Jung si pone l&#8217;obiettivo di una filogenesi dello spirito, che, come la struttura somatica, dopo molte trasformazioni, ha raggiunto la sua forma attuale. Come l&#8217;uomo primitivo riuscì a strapparsi dallo stadio primordiale con l&#8217;aiuto dei simboli religiosi e filosofici, così anche il nevrotico può sottrarsi alla malattia. Il simbolo ha funzione di mediazione tra coscienza e inconscio. Può essere utilizzato come simbolo di qualcosa d&#8217;altro, ma vi sono tuttavia simboli che hanno un&#8217;esistenza oggettiva, indipendentemente da chi li guarda.<br />
Si manifesta in questo caso l&#8217;archetipo.<br />
Gli archetipi sono immagini originarie che partecipano dell&#8217;istinto, del sentimento e del pensiero, pur conservando la loro autonomia. Gli archetipi sono la memoria dell&#8217;umanità che permane nell&#8217;inconscio collettivo, comune a tutti i popoli, senza distinzione di tempi e luoghi, un’immagine del mondo che si trasmette per eredità genetica. Essi agiscono come impulsi naturali, istintuali o come idee generali che preformano l&#8217;esperienza. Jung sottolinea i loro aspetti formali e strutturali più che quelli contenutistici; egli individua tra i più importanti archetipi, rintracciabili nei miti, nelle favole, nel sogno, nella mente patologica: il vecchio e il grande mare, il bambino, il mandala, la ruota, le stelle, l&#8217;animale. L&#8217;analisi non incontra mai gli archetipi di vissuti soggettivi, ma l&#8217;immaginario interiore in cui le forme archetipiche si storicizzano.<br />
Se l&#8217;inconscio secondo Freud è una tipografia, quello di Jung è una biblioteca. Il primo produce i suoi contenuti, il secondo li contiene. L&#8217;inconscio individuale rappresenta un compromesso tra la determinazione degli archetipi e le scelte personali.
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<p align="justify">La realizzazione del sé</p>
<p align="justify">Oggetto della psicologia di Jung è l&#8217;inconscio collettivo e il fine della terapia è l&#8217;integrazione di contenuti inconsci nella coscienza, nella realizzazione del sé. Le tappe della terapia sono un progressivo emergere dall&#8217;inconscio collettivo per guadagnare la coscienza, il predominio dell’ io. Esso è frutto della relativizzazione dell&#8217;io, ma poi del recupero delle immagini archetipe, in cui si riconosce una dimensione archetipica inconoscibile, extrapsicologica, la trascrizione degli affetti, delle immagini archetipiche nella nostra storia. Qui la psicosi è l&#8217;irrazionale irruzione delle immagini archetipe. Secondo Jung occorre lasciarsi invadere dall&#8217;inconscio per allargare i confini della nostra psiche ad un divenire continuo che realizza la coesistenza dei contrari che ci dividono: razionalità e irrazionalità, estroversione ed introversione. Il fine dell&#8217;analisi non è l&#8217;eliminazione dell’oscuro, ma la sua armonica integrazione. Nella nevrosi stessa sono già insite delle indicazioni terapeutiche e in un certo senso il sintomo è già un tentativo di adattamento. Mentre, nell&#8217;analisi, il paziente effettua la sua autorealizzazione attraverso tendenze vitali, l&#8217;analista lo segue partecipando con il suo stesso inconscio al processo d&#8217;analisi. Dal transfert sorgono le produzioni immaginarie in cui l&#8217;inconscio collettivo si rivela. Perciò l&#8217;analista è una guida che ha già sperimentato l&#8217;esistenza di un luogo extraindividuale nel quale convergono i fini ultimi del nostro destino. La terapia secondo Jung non è come quello che Freud rigidamente codificava, poiché ogni individuo richiede una particolare impostazione terapeutica. Il transfert non è indispensabile, è solo la proiezione di contenuti inconsci sull’analista. Il paziente è più attivo nell’analizzarsi e nel prendere contatto con il proprio materiale inconscio, che non è tanto il rimosso, quanto la dimensione archetipa. Il processo dell&#8217;integrazione dell&#8217;inconscio che si attua nell&#8217;analisi, coincide con la realizzazione del sé. Il sè rappresenta un vertice ideale cui conducono diversi assi, il telos della maturazione psicologica. Dal punto di vista psicologico è il momento di sintesi di coppie di opposti: pensiero e sensazione, sentimento e intuizione, maschile e femminile, introversione ed estroversione. Jung vuole dimostrare che il tratto caratterizzante ciascun individuo non esclude il suo opposto che rimane psicanaliticamente attivo anche se eclissato. Ogni particolarità reclama un processo di integrazione della parte complementare, e non solo gli opposti dovranno completarsi a vicenda, ma nell&#8217;unità di una psiche interamente pacificata nella sintesi dei suoi opposti andranno iscritte la persona, la maschera sociale, l&#8217;ombra, il suo negativo rimosso, l’animus, la potenzialità sessuale maschile che domina l&#8217;inconscio della donna, l&#8217;anima, la potenzialità sessuale femminile che regna nell&#8217;inconscio dell&#8217;uomo. Il bambino, come il primitivo, vivono in uno stato di fusione con gli archetipi, solo con l&#8217;emergere della coscienza dalla collettività delle forme archetipe, si attua l&#8217;individuazione, la capacità di scelta, di autodeterminazione, di storia. In questo senso le vicende individuali e quelle dell&#8217;umanità seguono un unico itinerario. Nel saggio “Problema spirituale dell&#8217;uomo moderno” del 1928-1932, Jung ricostruisce la storia della nostra immagine d&#8217;uomo a partire dalla sua nascita nel momento di transizione dal medioevo al Rinascimento. Nel medioevo l&#8217;uomo risulta tutto immerso in un ordine istituzionale che lo governa e lo rappresenta. Nell&#8217;ecclesia mater l&#8217;archetipo eterno della madre si storicizza e l&#8217;uomo medioevale realizza prevalentemente il lato femminile della personalità a scapito di quello maschile, ma le contraddizioni coesistenti nella cultura medievale sfoceranno nel suo superamento, cioè nella figura dell&#8217;uomo moderno, dominato dal lato maschile, inquieto, attivo, ribelle all&#8217;autorità. L&#8217;uomo contemporaneo quindi rappresenta la massima espressione del processo di individuazione, con il conseguente sviluppo eccessivo della coscienza maschile a scapito di quella femminile nelle componenti inconsce. L&#8217;analisi ha il compito di recuperare la dimensione collettiva perduta nel corso del processo storico di individuazione. Il suo fine terapeutico consiste nell&#8217;iscrivere l’io personale nell&#8217;inconscio collettivo che gli è matrice. Occorre riconoscere che una realtà del mondo interiore ci preesiste, così come quella del mondo esteriore. Il processo di individuazione è l&#8217;unica possibilità di contrastare le dominanti tendenze alla massificazione e reificazione dell&#8217;uomo.</p>
<p align="justify">Psicologia analitica e cultura</p>
<p align="justify">La psicologia analitica, così Jung denominerà la sua disciplina, si fa teoria, fuori dalle coordinate culturali del positivismo, si ricongiunge alle fonti originarie della psichiatria romantica. Dall&#8217;interesse per la cultura medievale, nell&#8217;alchimia, Jung individua un precedente della psicanalisi analitica con il medesimo fine di integrazione ed amplificazione del sé.<br />
Nell&#8217;interpretazione dei sogni, Jung utilizza discipline affini alla psicologia del profondo, come la storia delle religioni, l&#8217;etnologia, l&#8217;antropologia, capaci di amplificare l&#8217;inconscio personale più che la storia personale dell&#8217;analizzato. La dimensione dell&#8217;inconscio collettivo, per diventare esperienza, richiede l&#8217;analisi. Nell&#8217;ideale di realizzazione del sé, l&#8217;uomo moderno rivolge alla psicologia i quesiti essenziali posti, un tempo, alla religione. La terapia di Jung, mentre tiene conto delle concrete esigenze del paziente, propone un ideale positivo di perfezionamento che si colloca al di là della normalità borghese, al di fuori dei limiti angusti dell&#8217;ambulatorio e del rapporto interpersonale. Ne emerge un&#8217;immagine di uomo di cui il massimo dell&#8217;individualità consiste non già nell&#8217;essere per se stesso, ma nella consapevolezza della sua iscrizione in una dimensione altra, che lo trascende e lo rappresenta ad un tempo. In Jung il senso drammatico della condizione umana viene sostituito da una visione eroica dell&#8217;uomo e del suo destino. Jung adotta uno schema hegeliano che prevede il superamento dialettico dei contrasti in una sintesi pacificatrice che permette alla psicologia di formulare una religione senza teologia, capace però di far proprie le esigenze di sacralità e di immortalità attribuite ad una insopprimibile natura umana. Sino agli anni 70, interessi professionali hanno sclerotizzato, anziché scioglierlo, il divario esistente tra i due campi del sapere tra Freud e Jung. Furono introdotti temi junghiani nelle pratiche più lontane dalla psicologia, nella creazione artistica, nei modelli scientifici, nella linguistica, nell&#8217;etnologia, nell&#8217;antropologia, nell’ epistemologia eccetera. Tra i principali seguaci di Jung vi è Neuman (1905-1960) che introduce nella psicologia archetipa di Jung la dimensione evolutiva. Hillman privilegia gli aspetti generali della teoria della cultura invece delle sue componenti psicoterapeutiche e critica, come Neuman, il razionalismo della cultura occidentale, fondata sulla centralità dell’ io. Hillman vuole recuperare una visione del mondo che utilizzi la fantasia e che si esprima nel linguaggio metaforico poetico dell&#8217;anima. Tutta la nostra esistenza è strutturata dalla immaginazione archetipica, e nell&#8217;attività immaginaria noi siamo immaginati. Archivio delle immagini è il mito; esso ci mostra chi siamo e come siamo. Hillman nega il concetto di inconscio per sostituirlo con la memoria mitica e la capacità mitopoietica. Jung considerava le fiabe come la manifestazione più pura dei processi psichici dell&#8217;inconscio collettivo. In essa infatti l&#8217;elemento culturale è ridotto al minimo. Secondo una sua allieva, Marie Louise Von Franz, tutte le fiabe rivelano un unico significato: il sé, come totalità psichica dell&#8217;individuo e come il centro regolatore dell&#8217;inconscio collettivo. Mentre Jung si manteneva attento al contesto epocale delle sue indagini, questi suoi seguaci perseguono un&#8217;archeologia dell&#8217;immaginario in una dimensione atemporale.<br />
 
</p>
<p align="justify">da: http://www.politicamentecorretto.com     </p>
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		<title>Tra arte e spiritualità: mandala in mostra a Villa Pomini</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Dec 2008 07:20:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr.Zambello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Problemi sociali]]></category>
		<category><![CDATA[Psicoterapia Junghiana]]></category>

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		<description><![CDATA[Castellanza Sabato 29 novembre si è inaugurato, presso la ritrovata sede espositiva di Villa Pomini, un altro evento espositivo a cura dell&#8217;Assessorato alla Cultura di Castellanza, stavolta in collaborazione con l&#8217;Associazione &#8220;Iris&#8221;, organizzazione attiva nella creazione e diffusione degli oggetti d&#8217;arte in mostra, ovvero i mandala. L&#8217;esibizione &#8220;L&#8217;arte dei Mandala. Forme che creano&#8221; si propone [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://kalachakranet.org/images/minddeities.gif" />Castellanza Sabato 29 novembre si è inaugurato, presso la ritrovata sede espositiva di Villa Pomini, un altro evento espositivo a cura dell&#8217;Assessorato alla Cultura di Castellanza, stavolta in collaborazione con l&#8217;Associazione &#8220;Iris&#8221;, organizzazione attiva nella creazione e diffusione degli oggetti d&#8217;arte in mostra, ovvero i mandala.</p>
<p>L&#8217;esibizione &#8220;L&#8217;arte dei Mandala. Forme che creano&#8221; si propone difatti di offrire al pubblico un vero e proprio percorso guidato all&#8217;interno di questo universo artistico di antiche e lontane origini, che non è soltanto un&#8217;espressione da ammirare con gli occhi quanto, piuttosto, da comprendere nel messaggio simbolico di cui si fa portatrice. Le 20 opere esposte saranno quindi accompagnate da schede di approfondimento, che aiuteranno a recepire i valori trasmessi, non trascurando i materiali e i modi che storicamente sono stati utilizzati nelle varie culture (dalla pittura su legno nell&#8217;Australia degli aborigeni alla più volatile sabbia della millenaria tradizione tibetana); in questo caso, i mandala realizzati dall&#8217;Associazione &#8220;Iris&#8221; utilizzano una tecnica particolare che prevede l&#8217;utilizzo di sabbia e sassi, portati a una compattezza e stabilità consoni allo status classico del manufatto artistico, occidentalmente inteso.</p>
<p>La storia del Mandala (letteralmente, &#8220;cerchio&#8221;) si perde in effetti nella notte dei tempi, dal momento che svariate culture contemplano questa forma di espressione: secondo i buddhisti, Mandala è addirittura il processo mediante il quale il cosmo si è formato dal suo centro, che attraverso le immagini fisiche è possibile ripercorrere mentalmente, giungendo alla conoscenza più assoluta. Se l&#8217;equivalente induista del mandala è lo Yantra, è pur vero che il più antico disegno simbolico (geometrico e concentrico) di cui si ha notizia è una &#8220;ruota solare&#8221; risalente al Paleolitico. Non mancano neppure gli esempi cristiani, che possono essere rintracciati già nei &#8220;Cristo in mandorla con Evangelisti&#8221; del primissimo Medioevo, come nei rosoni delle successive chiese romaniche.</p>
<p>Sulla scorta del grande studioso Carl Gustav Jung, si può quindi definire il Mandala come il tentativo di riportare l&#8217;ordine originale del mondo o, che è poi lo stesso, dare al mondo un ordine nuovo, infondendo le proprie energie creative.</p>
<p>Per informazioni: Ufficio Cultura, tel. 0331.526.263, e-mail: cultura@comune.castellanza.va.it</p>
<p>Caterina Porcellini</p>
<p>Da: http://www.cittaoggiweb.it   </p>
<p><iframe title="YouTube video player" width="425" height="349" src="http://www.youtube.com/embed/fXlhyX6T-IU?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p><strong><em>Commento del dott. Zambello</em></strong></p>
<p><strong><em><strong><em><span style="font-family: 'Trebuchet MS'" lang="EN-GB">Scrive Jung<span>  </span>in <span> </span>Mysterium Coniunctionis – vol XIV – Boringheri:</span></em></strong></em><em><span lang="EN-GB"><o></o></span></em></strong><strong><em><span style="font-family: 'Trebuchet MS'" lang="EN-GB"><span> </span></span></em></strong><strong><em><span style="font-family: 'Trebuchet MS'">“ Nel mito l’eroe è quello che vince il drago e non chi ne viene invece divorato… un uomo del genere ha conquistato il suo stesso Sé… e ha raggiunto ciò che l’alchimista chiamava Unio Mentalis. Questo fatto di solito è raffigurato da un mandala” . Il mandala, quindi, come rappresentazione del processo di <span> &#8221;</span>individuazione&#8221;. </span></em></strong><em><o></o></em><br />
 </p>
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