IL SOGNO OSCENO DI JUNG
Dr.Zambello | 06-12-09 Clicca qui per commentare questo articolo »
Carl Gustav Jung fu un bambino timoroso, fantastico e solitario, che per pomeriggi interi faceva macchie d’ inchiostro sulla carta e vi rintracciava figure immaginarie. Aveva l’ impressione di non possedere padre né madre: qualcuno l’ aveva tratto dal mare come un pesce, o era caduto dal cielo come una pietra bianca. Gli sembrava di essere unico sulla terra: assolutamente solo, perché conosceva cose che gli altri non conoscevano e non volevano conoscere; e per tutta la vita ebbe l’ impressione di detenere un segreto, che non poteva rivelare. Comprese che il mondo della luce non era fatto per lui: doveva abitare nel mondo della notte - in quelle ore magiche e incomprensibili, quando spettri evanescenti e luminosi gli ondeggiavano davanti, con il capo staccato dal busto, e cerchi azzurri, pieni di figure dorate e angeliche, attraversavano l’ oscurità. Tutto ciò che era misterioso e crepuscolare lo attraeva: gli ombrosi specchi d’ acqua, le paludi dove forse si celano i morti, i boschi popolati dai fantasmi, le pietre cadute dagli astri lontani. La natura era, per lui, un tempio sacro, un rifugio confidenziale: gli pareva che gli alberi fossero “i pensieri di Dio”, che qualche scintilla divina fosse rimasta prigioniera nella materia inanimata delle pietre e dei cristalli, che gli insetti fossero piante snaturate, fiori e frutti che avevano cercato di strisciare e di volare. All’ età di tre o quattro anni - racconta nei suoi mirabili Ricordi sogni riflessioni - ebbe un sogno, che lo inquietò per tutta la vita. All’ improvviso si trovò in un prato. Quando si guardò attorno, vide una fossa scura e rettangolare, nella quale si apriva una scala di pietra, che conduceva a una porta ad arco. Come nelle favole, stava discendendo in sogno nel cuore delle pietre, nel luogo infero dove risiedono le origini, i misteri, il potere e la magia. Appena sollevò la cortina di broccato verde sopra la porta, scorse una stanza rettangolare, col soffitto a volta, dove un tappeto rosso si stendeva dall’ entrata fino a un trono d’ oro, con un cuscino egualmente rosso. Sopra il trono, stava un enorme fallo: aveva un occhio, circondato da un’ aureola luminosa. La visione infantile di quel Dio fallico e ctonio segnò per sempre l’ immaginazione di Jung. Egli non credette mai nella figura troppo umana e amorosa del Cristo. Il Dio al quale consacrò tutto sé stesso era il Dio possente, tremendo ed ambiguo, che si esprime soltanto in contraddizioni. Egli è insieme buono e malvagio, celeste ed infero, una luce abbagliante e l’ oscurità dell’ abisso, ardente come Dioniso e freddo come le lontananze della Galassia, armonioso come la Provvidenza e ironico come il caso. Animato da un pericoloso furore, da un’ incomprensibile crudeltà verso le proprie creature, induce Abramo a sacrificare Isacco, permette a Satana di tentare Giobbe, lascia condannare Cristo alla crocifissione. Abbandona la natura in preda al male: induce l’ uomo a peccare; e lo spinge a infrangere le leggi che egli ha stabilito, la teologia che gli è dedicata, la Chiesa fondata sopra di essa. Per tutta la vita, Jung contemplò nello specchio oscuro il volto spaventoso di questa figura sacra: ne ebbe meraviglia e orrore; e talvolta gli sembrò che il suo cuore andasse in frantumi. Questo pensiero lo aggrediva nelle ore del giorno e della notte: gli occupava la mente, senza lasciare nulla di libero - ed aveva l’ impressione di essere pensato da lui, come dalla più nera delle ossessioni. * * * Tutta l’ esistenza di Jung fu il tentativo, solo in piccola parte conscio, di emulare questo pensiero. Vi era, nel profondo della sua anima, una volontà imperiosa, perentoria, ostinata, che desiderava incutere timore e possedere autorità, come il potentissimo Dio della Bibbia. Era abitato da un dèmone. “Mi domando se a volte sono stato spietato. Ciò è dipeso dal fatto che ero nelle sue mani. E per seguire il dèmone, sono stato impaziente, ho offeso persone, ho rotto amicizie, ho proseguito solitario, quasi come un pazzo, per la mia strada”. Disprezzò il padre perché egli sembrava debole e incerto: avrebbe voluto essere il robusto padre di lui. Quando morì, lo seppellì senza dolore, e se ne liberò con fastidio e indifferenza. Con uno strano piacere, si insediò nella sua stanza, ne prese il posto in famiglia, tenne i conti di casa, e ogni settimana dava il danaro per la spesa alla madre. In Freud, amò e odiò un altro padre, non meno debole e incerto di quello carnale. Ma siccome il suo Dio era la più mutevole e cangiante delle figure, spesso egli dimenticava la propria caparbia sicurezza. Senza proporselo, diventava veloce, proteiforme e tentacolare: pieno di ombre, di guizzi, di contraddizioni, di paradossi. Continua »
Categoria: Psicoterapia Junghiana |
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