Riflessioni teoriche sul concetto di setting, complesso, archetipo e prassi analitico-comparata di gruppo
Dr.Zambello | 02-08-08 Clicca qui per commentare questo articolo »
di Marco Giannini
In psicoanalisi “il setting delimita un’area spazio-temporale vincolata da regole che determinano ruoli e funzioni in modo da poter analizzare il significato affettivo dei vissuti del paziente in una situazione specificatamente costruita per questa rilevazione” (Galimberti 1992, p. 871). Definendo il setting come spazio fisico e mentale limitato nello spazio e nel tempo interagenti fra loro, delimitiamo “un luogo sacro” entro il quale si svolge la prassi psicoterapeutica: da una parte un’offerta di terapia, dall’altra una richiesta di terapia. Quella “spinta” a far sì che due persone o un gruppo di persone si incontrino e stabiliscano una relazione terapeutica in un luogo prestabilito e il ricrearsi ogni volta della medesima situazione formale, spingerebbero a ritenere il setting un archetipo, quale forma eterna e immutabile di “relazione che cura”, sensibile di accordarsi a differenti contenuti secondo il canone culturale dominante, dato che “l’archetipo è in sé un elemento vuoto, formale, nient’altro che una facultas praeformandi, una possibilità data a priori della forma di rappresentazione” (Jung, Opere 9, p. 81) sensibile di un contenuto ma formalmente immutabile.“In ogni epoca, gli uomini hanno intrapreso pellegrinaggi, viaggi spirituali, ricerche personali. Spinti dal dolore, attirati dal desiderio, sorretti dalla speranza, singolarmente e in gruppi sono andati alla ricerca della liberazione, dell’illuminazione, della pace, del potere, della gioia o dell’irrealizzabile” (S.B.Kopp 1972, p. 9) perché “lo spirito dell’umanità si è da millenni dato pena per le sofferenze dell’anima, forse ancor prima che per quelle del corpo” (Jung, Opere 10, p. 243).
La psicoanalisi e tutte le scuole da essa derivate, o ad essa ispirantesi, rappresenterebbero così, attraverso il setting, “la forma moderna” (o scientifica) con cui la nostra cultura sta esprimendo “la relazione che cura”.
Spetta dunque a Freud il merito di aver dato “veste moderna” alla “relazione che cura” poiché è stato il primo a studiare “in modo scientifico e sistematico le manifestazioni dell’inconscio. Perciò Freud va considerato il fondatore della moderna psicologia del profondo” (J.Jacoby 1971, p. 18) colui che ha saputo cogliere quel bisogno “latente” di un nuovo tipo di cura dandogli quella forma “manifesta” rivoluzionaria e scandalosa (ma non troppo - cfr. Masson 1984) destinata al successo che conosciamo sotto il nome di psicoanalisi e di cui il setting è lo strumento operativo e la condizione necessaria affinché si possa parlare di psicoterapia.
Ponendo dunque il setting come archetipo, come forma eterna e immutabile di “relazione che cura” che ha trovato forma moderna nella psicoanalisi e nelle scuole che si sono susseguite da Freud in poi, risulterebbero inserite nella bipolarità del concetto stesso le contraddizioni che il setting propone, quale contenitore e condizione di accoglimento da una parte, quale strumento difensivo dei contenuti ansiogeni, evocati dal rapporto terapeutico, dall’altra, dato che “l’archetipo nella sua struttura bipolare, porta immanenti in sé sia il lato oscuro che il lato chiaro” (J.Jacoby 1971, p. 61).
Si dovrebbe così ad una predisposizione innata, ad un archetipo specifico, l’attivazione di una relazione terapeutica (il ritrovarsi in uno spazio “sacro”, il setting) che io definirei più precisamente “campo totale di forze” ampliando la definizione proposta da L. Tarantini secondo cui “grazie alla presenza di nuclei complessuali profondi, dotati perciò di una forte carica energetica, più consci nell’analista, totalmente o in parte inconsci nel paziente” è possibile che “si possa instaurare quel campo di forza intermedio che chiamiamo setting analitico, di cui i complessi, o meglio il loro nucleo archetipico, rappresenterebbero sia i mediatori che gli attivatori” (1992, p. 539).
Spetta dunque a Freud il merito di aver dato “veste moderna” alla “relazione che cura” poiché è stato il primo a studiare “in modo scientifico e sistematico le manifestazioni dell’inconscio. Perciò Freud va considerato il fondatore della moderna psicologia del profondo” (J.Jacoby 1971, p. 18) colui che ha saputo cogliere quel bisogno “latente” di un nuovo tipo di cura dandogli quella forma “manifesta” rivoluzionaria e scandalosa (ma non troppo - cfr. Masson 1984) destinata al successo che conosciamo sotto il nome di psicoanalisi e di cui il setting è lo strumento operativo e la condizione necessaria affinché si possa parlare di psicoterapia.
Categoria: Cultura, Psicoterapia Junghiana |
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