Religiosità, il Dio irrinunciabile.

Religiosità
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Religiosità adulta e religiosità infantile

Trovo sempre un po’ fastidiosa e per la verità anche un po’ stucchevole,  l’argomentazione  di alcuni intellettuali  che catalogano la religiosità di alcune persone,  di   gruppi,    comunità o luoghi di culto,  in religiosità adulta o  religiosità infantile. Così che   le  persone che  pregano e chiedono grazie, vanno a Lourdes  e credono alla Madonna,  sono etichettati come  bambini che ancora non hanno capito. Estrapolo da uno dei tanti articoli sul tema  di U Galimberti,  egli scrive : “Una religione come quella cristiana …dovrebbe difendersi da quanti alimentano l’infantilismo della religiosità, perché non è educativo far presa sugli aspetti più primitivi e più ingenui della nostra psiche e consegnare ad essi l’immagine di Dio. Da: D Repubblica XI 2010 . Peccato che Galimberti si definisca ateo.

Evidentemente questo dissertare  sul modo in cui ci accostiamo a Dio,  parte dal presupposto  assurdo che  Dio sia comprensibile.  Infatti, se c’è una religiosità adulta e una infantile, significa che quella adulta si avvicina di più a Dio, un Dio che diventa commensurabile con noi. E’ come se si pensasse che il palombaro che scende a 80 metri sulla Fossa delle Marianne conosce di più l’oceano di quello che scende a 20. E’ un delirio.

Galimberti nell’articolo citato,  a supporto della sua teoria che alcune manifestazioni religiose sono da classificarsi come una religiosità infantile,   ricorda il bellissimo episodio evangelico  della Trasfigurazione,  dove Gesù si manifestò sul Monte Tabor  nella sua parte divina a tre dei sui apostoli  e,  di come scendendo disse  loro  di:  “ non raccontare a nessuno ciò che avevano visto” , (Marco, 9,9). Galimberti estrapola da questo  l’indicazione di non dare voce a manifestazioni un po’ infantili, ad una religiosità credulona. Purtroppo, proprio nella scelta del brano e nella omissione del seguito si evidenzia  il preconcetto teorico o l’omissione colpevole. Si,  perché il versetto completo è: “ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti.

Premesso che non voglio fare catechesi, non è il mio compito e non ne sarei capace,  è chiaro che  il senso della frase evangelica completa,  è completamente diversa da quella evidenziata dal filosofo. Gesù non limita la possibilità della conoscenza, semplicemente da buon padre,  sceglie una didattica dei tempi,  modalità diverse per trasmetterle.

Tiene conto, rispetta i tempi di maturazione necessariamente diversi dei suoi apostoli. Infatti, solo tre su dodici salgono sul monte Tabor  e poi, quando sarà il tempo, tutti potranno sapere.

Il Gesù dei Vangeli è un “buon padre”, fa come fanno i padri con i figli, parla il loro linguaggio, rispetta i loro tempi di crescita. In fondo è la stessa cosa che deve fare lo psicoterapeuta, il medico, l’insegnante. Ognuno nel suo ruolo  aspetta che il figlio, il paziente, l’allievo,  possa capire per “rivelare” a lui.  Nessun  padre  pensa  che se il figlio non capisce oggi,  è un  incapace. Pensa che ci sono dei tempi e il suo compito e leggerli,   rispettarli,  comunque sicuro che il figlio diventerà grande. Ogni padre  crede, spera che il figlio un giorno  diventerà  più grande di lui.

Ma torniamo al tema della nostra religiosità, al nostro rapporto con Dio. Ribadisco che non sono un teologo, né ho le conoscenze per parlare del dio dei cristiani, né di quello dei musulmani, né degli altri ma so che non ci possiamo sottrare  dell’archetipo dio.

Intanto dobbiamo ricordare che sul tema della religiosità intrinseca nell’uomo, Jung si è staccato da Freud. Infatti Jung sosteneva che, oltre all’inconscio freudiano,  ognuno di noi  porta in sé uno spazio in cui è scritta la storia di tutti, presenti e passati: l’inconscio collettivo. Spazio che è costellato da immagini potenti e numinose: gli archetipi    dai quali siamo potentemente attratti. E’  un’ attrazione così forte,  sosteneva Jung, da essere più significativa  per il tempo di  durata nella vita,  delle pulsioni libido e l’aggressività.

Non credo, come diceva Jung, che l’attrazione dell’archetipo si esprima solo attraverso la religiosità, anzi, ci sono vie più dirette di questa, ad esempio l’arte, però,  con la religiosità    facciamo comunque  i conti.

La via della religiosità.

A questo punto si pone veramente una questione fondamentale: qual è la via per avvicinarmi all’archetipo e,  quanto mi posso avvicinare e, cosa posso conoscere?

Non me ne voglia Galimberti se cito anch’io un brano del Vangelo: “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli” (Matteo 18,3-4).  Gesù sembra proprio pensarla un po’ diversamente dal filosofo.

Cosa vuol dire per un adulto diventare un bambino?

Come medico, ma soprattutto come psicoterapeuta  junghiano, credo di capire cosa significa tutto questo e,  quanto sia coerente la parola del Vangelo con la mia esperienza di terapeuta. Tutti noi abbiamo in mente di come sia necessario affidarsi al medico come “condicio sine qua non” perché una terapia funzioni.  Mi verrebbe da dire, quanto sia importante per un figlio affidarsi al padre, per poter crescere. D’altra parte il medico, più o meno consapevolmente, fa di tutto perché questo avvenga e agisce proprio per favorire la regressione psichica del paziente. Esempio: appena il paziente arriva in ospedale,  immediatamente si trova in pigiama e  a letto. Regredisce a “bambino” e si trova nelle condizione migliore per farsi curare. E in psicoterapia? Stessa cosa, anche li, c’è spesso e non a caso,  un lettino di mezzo. Il paziente  istaura un rapporto psicoterapeutico   che prevede che  per un’ora egli potrà  raccontare, sognare, piangere, ridere in un ambiente protetto che gli permetterà di esprimersi  senza alcun timore.  Regredisce, si sente un bambino  ascoltato e accolto dal terapeuta e li,  può svelare e superare i suoi fantasmi.

Anche l’ipnosi, al di la dell’alone magico che avvolge la pratica ipnotica e che per la verità non centra niente,   in realtà nell’ipnosi vi è  il passaggio,  mediato dal terapeuta,  dell’utilizzo prevalente  del paziente dell’emisfero celebrale di  sinistra cioè  quello della razionalità a quello destro che è  quello dei meccanismi empatici ed emotivi. E’ la stessa cosa che avviene  nella preghiera, nella meditazione orientale. Sospendiamo l’attivazione prevalente dell’emisfero sinistro quello razionale e,  ci lasciamo andare al flusso emotivo, all’ascolto.  Zittiamo il pensiero razionale  e ascoltiamo la voce dell’inconscio, del dio che abbiamo dentro.

Sia chiaro che questo sospendere il pensiero razionale e immergersi nell’emotività non è un esercizio di alcune persone magari un po’ bizzarre ma un bisogno fisiologico, non foss’altro  che  ci abbeveriamo di “quest’acqua” più volte in un giorno,  nel sogno. Sogniamo diverse ore a notte e i neurofisiologi ci spiegano che  non potremmo vivere senza il sogno, pena morire. E’ un’attività mitopoietica. E’ vero che poi li dimentichiamo e quasi sempre su una base nevrotica: l’Io non vuole prendere contatto con le istanze dell’inconscio ma, sembra vero che per immergerci ed usufruire delle immense ricchezze, potenze del nostro inconscio dobbiamo momentaneamente sospendere le sovrastrutture dell’Io, “diventare bambini”.

Non è che non abbia presente tutta la tematica della dipendenza psicologica rispetto a questo bisogno e di quanto sia pericoloso avvicinarsi all’archetipo. Per questo è indispensabile la figura contenitrice del padre o dello psicoterapeuta. Ma tant’è che non possiamo vivere senza un “contatto” con l’archetipo, con dio.

Forse ho  capito cosa voleva dire Gesù quando disse: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli”. (Matteo 11,25-26)

di Renzo Zambello

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4 commenti

  1. Tutta la mia ammirazione e stima per una esposizione così chiara, profonda e completa. Uno stile illuminante. Grazie

  2. E’ molto utile l’esperienza della regressione purchè questa sia affidata a buone mani, proprio come lo furono quelle del buon Gesù. Certo non possiamo pretendere la stessa illuminazione, però ho assistito a esempi di regressione davvero negativi. Penso ad alcune pratiche new age, come la meditazione (oggi tanto di moda) oppure a insegnamenti filo-orientali dalle tecniche più svariate, spesso condotti da mani incompetenti e approfittatrici del malessere altrui: hanno creato più danni che benefici. Me ne dispiace, nella mia esperienza ho cercarto di trovare “buoni maestri” sia nella scuola, nel lavoro e nella psicoterapia. Ritengo di averli trovati, impossibile certo paragonarli a Gesù (sarebbe un mio delirio), ma non mi hanno rovinato, anzi accolto nella fase regressiva (che è una fase debole, di nudità, che va quindi trattata con coraggio e dolcezza insieme). E’ poi bello scoprire che anche loro non sono così onnipotenti (come ho creduto sia da bambino dove vedevo l’onnipotenza dei miei genitori prima, e nella scuola elementare degli insegnanti, ma anch ein psicoterapia) bello e difficile: è comunque una perdita, ma una perdita che comporta forse il passaggio all’età adulta. E chi mai può curare meglio di chi ha sofferto, e quindi conosce la sofferenza?

  3. Scriveva Dino Buzzati:”Ogni dolore viene scritto su lastre di una sostanza misteriosa al paragone della quale il granito è burro. E non basta un’eternità a cancellarlo.”
    Il dolore che diventa elemento prezioso, ricchezza, strumento di lettura e di discernimento per i padri e anche per gli psicoterapeuti. Jung lo aveva capito e teorizzato senza dubbi, per lui la psicoterapia è un crogiolo dove paziente e terapeuta sono “fusi assieme”.

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