Jung e un sogno osceno, Jung e gli archetipi

Jung
Jung

La giovinezza di Jung

Carl Gustav Jung fu un bambino timoroso, fantastico e solitario, che per pomeriggi interi faceva macchie d’ inchiostro sulla carta e vi rintracciava figure immaginarie. Aveva l’ impressione di non possedere padre né madre: qualcuno l’ aveva tratto dal mare come un pesce, o era caduto dal cielo come una pietra bianca. A Jung sembrava di essere unico sulla terra: assolutamente solo, perché conosceva cose che gli altri non conoscevano e non volevano conoscere; e per tutta la vita ebbe l’ impressione di detenere un segreto, che non poteva rivelare. Comprese che il mondo della luce non era fatto per lui: doveva abitare nel mondo della notte – in quelle ore magiche e incomprensibili, quando spettri evanescenti e luminosi gli ondeggiavano davanti, con il capo staccato dal busto, e cerchi azzurri, pieni di figure dorate e angeliche, attraversavano l’ oscurità. Tutto ciò che era misterioso e crepuscolare lo attraeva: gli ombrosi specchi d’ acqua, le paludi dove forse si celano i morti, i boschi popolati dai fantasmi, le pietre cadute dagli astri lontani. La natura era, per Jung un tempio sacro, un rifugio confidenziale: gli pareva che gli alberi fossero “i pensieri di Dio”, che qualche scintilla divina fosse rimasta prigioniera nella materia inanimata delle pietre e dei cristalli, che gli insetti fossero piante snaturate, fiori e frutti che avevano cercato di strisciare e di volare. All’ età di tre o quattro anni – racconta nei suoi mirabili Ricordi sogni riflessioni – ebbe un sogno, che lo inquietò per tutta la vita. All’ improvviso si trovò in un prato. Quando si guardò attorno, vide una fossa scura e rettangolare, nella quale si apriva una scala di pietra, che conduceva a una porta ad arco. Come nelle favole, stava discendendo in sogno nel cuore delle pietre, nel luogo infero dove risiedono le origini, i misteri, il potere e la magia. Appena sollevò la cortina di broccato verde sopra la porta, scorse una stanza rettangolare, col soffitto a volta, dove un tappeto rosso si stendeva dall’ entrata fino a un trono d’ oro, con un cuscino egualmente rosso. Sopra il trono, stava un enorme fallo: aveva un occhio, circondato da un’ aureola luminosa. La visione infantile di quel Dio fallico e ctonio segnò per sempre l’ immaginazione di Jung. Egli non credette mai nella figura troppo umana e amorosa del Cristo. Il Dio al quale consacrò tutto sé stesso era il Dio possente, tremendo ed ambiguo, che si esprime soltanto in contraddizioni. Egli è insieme buono e malvagio, celeste ed infero, una luce abbagliante e l’ oscurità dell’ abisso, ardente come Dioniso e freddo come le lontananze della Galassia, armonioso come la Provvidenza e ironico come il caso. Animato da un pericoloso furore, da un’ incomprensibile crudeltà verso le proprie creature, induce Abramo a sacrificare Isacco, permette a Satana di tentare Giobbe, lascia condannare Cristo alla crocifissione. Abbandona la natura in preda al male: induce l’ uomo a peccare; e lo spinge a infrangere le leggi che egli ha stabilito, la teologia che gli è dedicata, la Chiesa fondata sopra di essa. Per tutta la vita, Jung contemplò nello specchio oscuro il volto spaventoso di questa figura sacra: ne ebbe meraviglia e orrore; e talvolta gli sembrò che il suo cuore andasse in frantumi. Questo pensiero lo aggrediva nelle ore del giorno e della notte: gli occupava la mente, senza lasciare nulla di libero – ed aveva l’ impressione di essere pensato da lui, come dalla più nera delle ossessioni. * * *

Jung e gli archetipi

Tutta l’ esistenza di Jung fu il tentativo, solo in piccola parte conscio, di emulare questo pensiero. Vi era, nel profondo della sua anima di Jung una volontà imperiosa, perentoria, ostinata, che desiderava incutere timore e possedere autorità, come il potentissimo Dio della Bibbia. Era abitato da un dèmone. “Mi domando se a volte sono stato spietato. Ciò è dipeso dal fatto che ero nelle sue mani. E per seguire il dèmone, sono stato impaziente, ho offeso persone, ho rotto amicizie, ho proseguito solitario, quasi come un pazzo, per la mia strada”. Jung disprezzò il padre perché egli sembrava debole e incerto: avrebbe voluto essere il robusto padre di lui. Quando morì, lo seppellì senza dolore, e se ne liberò con fastidio e indifferenza. Con uno strano piacere, si insediò nella sua stanza, ne prese il posto in famiglia, tenne i conti di casa, e ogni settimana dava il danaro per la spesa alla madre. In Freud, amò e odiò un altro padre, non meno debole e incerto di quello carnale. Ma siccome il suo Dio era la più mutevole e cangiante delle figure, spesso egli dimenticava la propria caparbia sicurezza. Senza proporselo, diventava veloce, proteiforme e tentacolare: pieno di ombre, di guizzi, di contraddizioni, di paradossi.

Jung e la ricerca

 “Non vi è nulla”, scriveva Jung, “di cui mi senta veramente sicuro. Non ho convinzioni definitive, proprio su niente”. Quella immagine divina suscitò nel suo animo violentissime resistenze, odi e rancori, che esplosero nella tarda Risposta a Giobbe. Proprio Jung,   lui che amava tanto gli archetipi religiosi della mente umana, talvolta usava toni tra mefistofelici e illuministi, rozzi, grevi, quasi contadineschi. Si faceva beffe della finta bontà e dell’ onniscienza di Dio. “Che genere di Padre è mai questo”, gridava, “che preferisce massacrare il Figlio piuttosto che perdonare magnanimamente alle sue creature. Dobbiamo temerlo: il Dio della bontà è talmente inconciliabile, da non potersi placare che con un sacrificio umano!”. Mentre si confrontava con il Dio della Bibbia, cresceva in lui una vocazione sarcastica e nichilistica: una tendenza a diffidare di tutte le religioni costituite, a schernire ogni metafisica, ogni misticismo, qualsiasi costruzione di cui non avvertiva le immediate radici psichiche. Il suo illuminismo non ci meraviglia. Tutti i grandi indagatori dell’ inconscio non amano gli idoli della coscienza: gli ordini, le leggi e le istituzioni, che gli uomini creano per legarsi tra loro e riempire il vuoto della loro esistenza. Con sempre nuovi concetti ed immagini, Jung cercò di esprimere la paradossale congiunzione dei contrarii, che fin da bambino aveva avvertito nel volto di Dio. Mentre il cristianesimo aveva cercato di cancellare il suo aspetto oscuro, egli reintegrò in lui la disarmonia del mondo, il male, la materia, l’ inconscio, la notte, le vaghe sensazioni e gli improvvisi presentimenti; e diede a questo vastissimo regno la fisionomia di una figura separata e distinta. Per usare il linguaggio teologico, sostituì alla Trinità cristiana la Quaternità, aggiungendo alle tre figure divine quella del Diavolo. Nella sua psicologia, diede al Diavolo una parte sempre più vasta: ne scoprì le tracce nella mefistofelica ironia della mente e nelle insidie dell’ inconscio, così che l’ educazione dell’ anima diventava una lotta (e una collaborazione) del Diavolo con sé stesso. Poi le risolse in una figura superiore: se l’ unità indistinta del Padre si scinde nelle Figure antitetiche del Figlio e del Diavolo, queste si congiungono a loro volta nello Spirito Santo. Chi sia lo Spirito Santo, è il punto chiave del pensiero di Jung. Sorge da una fonte luminosa e da una oscura, raccoglie le estreme contraddizioni dell’ anima umana; solleva il bene e il male in una essenza ineffabile, che non sappiamo descrivere con le parole delle nostre lingue, ma a cui si può alludere soltanto con i simboli più segreti dell’ inconscio. Noi occidentali, plasmati dalla teologia cristiana, siamo abituati a vivere secondo i simboli dell’ Uno e del Tre. Come pensare invece obbedendo al Quattro? Come vivere secondo la legge dei contrari, senza rimuovere e cancellare nessuno di loro? Come essere insieme buoni e malvagi, luminosi e tenebrosi, coscienti e incoscienti, aria e pietra, acqua e fuoco? Da un lato, Jung ci consiglia l’ arte dell’ equilibrio e della mediazione interiore, l’ ininterrotta metamorfosi tra gli opposti: dall’ altra, ci invita a superare gli opposti e a vivere secondo lo Spirito Santo. Nei due casi, la meta è comune: l’ uomo giusto è soltanto chi realizza in sé stesso lo spirito del Tutto, come consigliavano le immagini dell’ anthropos gnostico e dell’ androgino alchemico. * * * Quando Jung spezzò la sua amicizia con Freud, perse all’ improvviso il proprio sostegno; e si accorse che il padre, l’ amico, il fratello maggiore, quale Freud era stato per lui, l’ aveva protetto contro sé stesso. Fu il momento tragico della sua vita. Il “torrente di lava”, il “magma fuso e incandescente” dell’ inconscio si scatenò contro di lui: terribili tempeste psichiche infuriarono nella sua anima; e il suo io cosciente, che sembrava così solido, fu sul punto di sprofondare nella notte. Per qualche anno, ricordò insieme un veggente biblico, uno sciamano, un visionario romantico, uno schizofrenico. Qualche volta gli sembrava di udire la voce dell’ inconscio: o di star bisbigliando le parole dettate da una forza occulta. Nell’ autunno 1913 l’ oppressione psichica si esteriorizzò: l’ atmosfera diventò cupa ed oscura; sognò che una spessa crosta di ghiaccio nascondeva la terra. Presto cominciò a delirare ad occhi aperti: vide una spaventosa alluvione dilagare sull’ Europa del Nord, e l’ acqua diventare sangue: gli parve di sprofondare in caverne sempre più nere, dove il suolo era soffice e tiepido come l’ inconscio; cadde nell’ immensità del vuoto cosmico. Viveva in mezzo ad una folta ed incerta moltitudine di morti, che stavano dietro le sue spalle attendendo una risposta alle loro domande disperate. Il suo essere si moltiplicò: diventò una folla di figure che dialogavano tra loro, e giunse al punto di scrivere ad una di esse. Mentre aveva posseduto un senso robustissimo di sé stesso, ora dubitava di esistere. Credeva di essere soltanto un sogno, sognato da uno yogi, seduto nella posizione del loto, in assorta concentrazione. L’ inconscio era una vastità indeterminata, priva in apparenza di interno e di esterno, di alto e di basso, di qua e di là, di mio e di tuo, di buono e di cattivo. Era rivolto insieme verso il lontano passato e verso il remoto futuro: sognava sogni secolari e disegnava previsioni: l’ epoca attuale aveva, per lui, lo stesso significato dell’ epoca delle glaciazioni, così che tutti gli spazi e i tempi erano livellati in un tempo vorticoso ed infinito. Era il luogo della vita e quello della morte: prediletto da Dio e amato dal Diavolo. Nell’ inconscio, spiccavano i grandi archetipi – che, come Dio, attraevano Jung con la loro natura contraddittoria e paradossale. Essi abitavano da un lato la parte più profonda e tenebrosa della psiche, dove nessun sguardo umano giunge: tanto che poteva conoscerne soltanto le irradiazioni e le rappresentazioni (forse deformate), giunte nella parte superficiale dell’ anima. Ma, dall’ alto, la luce che essi gettavano verso di lui era così intensa e radiosa, da cancellare qualsiasi luce emanata dalle deboli costruzioni della coscienza. Tra gli archetipi della psiche Jung raccolse tutte le divinità grandi e minori, tutti i demoni, tutti i santi che, nel corso dei secoli, l’ uomo aveva proiettato fuori di sé – tra le nuvole del cielo e sopra i monti della terra, nelle profondità delle chiese e nel mistero delle caverne. Così svuotò il mondo di ogni presenza divina, mentre l’ animo si riempiva, fino a traboccarne, di realtà luminosa. Come un illuminista, uccise gli dèi: come un mistico, li fece rinascere e li venerò nel proprio cuore. In uno di questi archetipi, lo spirito Mercurio, rispecchiò l’ inquietudine della sua anima. Era mobile, ironico, imprevedibile, capriccioso, multiforme, come il dio da cui prendeva nome: a volte era fatuo e crudele, a volte ostentava una sapienza segreta: derideva perfidamente tutto il “tragico”, il “sacro”, il “profondo”, con cui gli uomini credono di emulare i sublimi misteri; ed attraeva con il rarissimo dono della grazia. Nella vecchiaia, Jung rivelò l’ ambizione che lo torturava: voleva umanizzare Dio e divinizzare l’ uomo – un sogno che avrebbe soddisfatto un mistico dell’ ellenismo. Secondo lui, questo sogno in parte si compiva già ai nostri tempi: in parte si compirà nella lontana fine dei tempi, quando tutti gli archetipi nascosti usciranno completamente alla luce. Verso l’ inconscio, Jung era pieno di meraviglia, di reverenza e di venerazione: non finiva di ammirarne le lussureggianti ricchezze, le fantastiche fioriture, che gli sembravano contenere la forza formatrice della vita e del destino. Quando un archetipo giungeva alla superficie, toccava corde del suo animo che di solito non risuonavano mai, o teneva delle potenze di cui non supponeva l’ esistenza. Ma egli era troppo complicato, e l’ inconscio troppo molteplice, perché potesse conservare sempre lo stesso punto di vista. Qualche volta, la lingua che gli archetipi bisbigliavano silenziosamente sulle sue labbra lo irritava, perché gli sembrava patetica e ampollosa: il loro stile gli riusciva “fastidioso e gli dava ai nervi”. Più spesso, veniva assalito dal timore e dal tremore, davanti a quelle forze estranee alla personalità umana. Non si illudeva: sapeva che egli stesso, e i suoi pazienti, correvano un pericolo mortale. Se analizzava i sogni, conosceva il medesimo rischio di chi scava un pozzo artesiano e finisce per imbattersi in un vulcano. Se approfondiva l’ analisi, l’ inconscio poteva erompere in fantasie eccitate e incontenibili, in illusioni e allucinazioni, capaci di provocare malattie funeste. Era un’ inondazione, che devastava la terraferma della coscienza: era il momento dionisiaco dello spirito, che porta con sé la pienezza e l’ ebbrezza, ma anche la lacerazione, la dissoluzione, lo sconvolgimento. Tutti gli archetipi, le vegetazioni, i pensieri e le intuizioni casuali che si annidano nel profondo, Jung cercò di portarli alla luce della coscienza, nel luogo della veglia e della ragione. Fu un’ impresa difficilissima, perché tra l’ inconscio e la coscienza non ci sono passaggi, tranne le esili passerelle dei sogni – ma egli condusse sino alla fine questa impresa, perché era persuaso, come diceva Cristo, che “se tu sai ciò che fai, sei salvo: ma se non sai ciò che fai, sei dannato”. Sebbene la sua ultima meta differisse molto da quella del suo antico maestro, per questo aspetto la sua strada non si allontana dalla strada di Freud. Non so se sia la via giusta. Dopo cent’ anni che Freud e Jung ci hanno consigliato di illuminare la psiche, possediamo una sterminata quantità di inconscio razionalizzato, alterato, falsificato; e pochissimo inconscio autentico. Forse bisognerebbe tornare a comportarsi come nei secoli antichi, quando si lasciava l’ anima nella sua ombra, nella sua nutriente ignoranza di sé. In quel tempo l’ inconscio veniva alla luce da solo, senza nostri interventi, parlando la sua lingua misteriosa; ora era un sogno incomprensibile, ora un mito, ora un’ intuizione, ora l’ immagine centrale di un libro, ora una gemma purissima, che illuminava i sentieri dell’ esistenza. * * * Negli ultimi anni della sua vita, Jung crebbe sopra sé stesso, rese più sottile, complicato e immaginoso il proprio pensiero, e lo strappò dai pensieri banali dove talvolta, nella maturità, aveva indugiato. Sentiva di essere coinvolto in un dibattito interno senza fine, nel quale era insieme l’ avvocato difensore e l’ accusatore spietato, “e nessun giudice secolare o spirituale poteva ridargli un sonno tranquillo”. Si protendeva verso l’ ignoto, che penetrava come una ventata gelida nel suo cervello. Ormai la sua idea della psiche si era stabilita: i simboli gli avevano rivelato il loro senso; e tentava di incarnarli in sempre nuove immagini culturali, che davano loro una risonanza più ricca, e intonazioni paradossali. I suoi tardi libri presero una struttura tra circolare e labirintica. Forse la scienza psicologica non gli bastava più. Nel bellissimo saggio sulla Sincronicità, Jung propose una scienza dell’ analogia universale: la stessa che aveva inseguito il pensiero del Rinascimento e l’ arte visionaria dei poeti romantici. Desiderava disperatamente quel dono del verbo creatore, che non gli era stato dato possedere. Per esprimere l’ inconscio che gli premeva dentro, costruì una casa sulle rive del lago di Zurigo – che avrebbe dovuto essere l’ equivalente oggettivo delle forze irrazionali che l’ abitavano. Vi passava lunghi mesi di concentrazione: vi ritrovava i fantasmi degli antenati; gli sembrava di essere ritornato nel grembo materno, dove poteva diventare ciò che era stato, ciò che era e ciò che sarebbe stato. Così il suo lungo cammino si riannodò al punto d’ origine. –

di PIETRO CITATI

da: http://ricerca.repubblica.it  

Commento del Dott. Zambello

E’ bello quando senti, ti accorgi che persone che hai sempre stimato per la loro professionalità e Citati é uno di questi,  mostrano anche una profonda conoscenza nelle cose che appartengono proprio alla tua professione alla tua vita. Citati é sicuramente un lettore attento delle opere di Jung ed un  conoscitore non solo dell’animo umano ma anche delle tecniche, delle terapie che permettono di avvicinarsi ad esso. Vorrei solo aggiungere che non é solo il sogno l’unica “passerella” che ci permette di venire a contatto con l’inconscio. Tutta la psicoterapia con l’analisi, come già diceva Freud e che Jung condivideva,  del transfert, dei lapsus, delle libere associazioni e  del contro-trasfert,  ci mostrano,  ci permettono di intravvedere i bagliori  che arrivano dall’inconscio. 

Video: Psicoterapia Junghiana

http://youtu.be/fXlhyX6T-IU

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2 commenti

  1. “lasciare che i preconsci comunichino” e il mio dice che ci si lascia prendere dal sogno fallico di Jung e ci si perde nella “paranoia” che con le sue difese proiettive tende a distruggere il “padre” ma si teme la sua potenza e si sottomette “inconsciamente a lui in un atteggiamento profondamente ambivalente, tra passività e aggressività, e nel contempo ci si sostituisce nella potenza; in ultimo si sfugge perennamente nell’analisi junghiana e meno nella freudiana a quella che è la semplicità dell’essere umano e si costruisce “sopra” chimere e fantasie sadomasochistiche…

  2. Una lucidità così quieta e spietata, paradossale e dura come la natura stessa (Jung non sosteneva forse che sua madre, a cui tanto somigliava, era una creatura ugualmente diurna e notturna, umana e ferina?), credo di non averla conosciuta in nessun autore da me letto. Forse un Alighieri o un Nietzsche hanno sfiorato questa violenza psichica visionaria, contenuti da tirare via dal pozzo interiore, ma suppongo che in quel caso mancasse proprio il fattore “lucidità”, che io intendo come consapevolezza e disciplina. Se Jung potesse essere un trionfo dei Tarocchi, egli sarebbe il Carro. Un uomo solo, dritto e impassibile, alla guida di due cavalli sfrenati, o di due sfingi, entrambi lanciati in differenti direzioni. Il fascino che quest’uomo – che la vita intera di quest’uomo e non soltanto le sue parole scritte – esercitano su di me… è archetipico. So che forse è sbagliato intendere Jung come il Grande Saggio da emulare e quasi venerare, ma forse questo dipende dal mio essere una neofita, da poco abbagliata da questo modo così integrato e così totale di fare psicologia. Da bambina ero ossessionata dal mito classico; oggi lo sono dal magma formato da quelle cose alte e inquietanti, oniriche e presenti, che si chiamano archetipi e che valgono a spiegare il mondo intero, miti e società umane compresi.

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